il costo effettivo era (per quelle buone) di 41 centesimi e (per quelle scadenti) di 6 centesimi. Ma Arcuri le pagò oltre 2 euro a pezzo (trasporto escluso) Sarà il caso che Conte e gli altri rispondano
a
Più si scava nella mega fornitura da 800 milioni di mascherine cinesi, acquistate dalla struttura di Arcuri tra marzo e luglio 2020, e più si rafforza l’ipotesi che qualcuno abbia ottenuto un maxi profitto dall’operazione. Dalle analisi che Il Tempo ha fatto su dati e contratti a disposizione emerge, infatti, come più di 900 milioni del mega-appalto da 1,25 miliardi di euro si sarebbero «volatilizzati». Ma andiamo con ordine. Siamo nel marzo del 2020, alla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri arriva una segnalazione da parte del senatore di Forza Italia Massimo Mallegni per un’offerta di mascherine da 0,70 centesimi al pezzo, trasporto incluso. Nonostante la necessità di reperire dispositivi di protezione individuale sia urgente, la richiesta viene declinata. Il commissario decide, tramite intermediari, di rifornirsi in Cina da tre consorzi: Wenzhou Light, Luokai Trade e Wenzhou Moon-Ray. Ma quanto costavano queste mascherine?
IL COSTO IN CINA Per una mascherina chirurgica, 3 strati di cui uno meltblown (ossia il tessuto non tessuto), il picco del prezzo di produzione raggiunto (tra marzo e aprile 2020) varia da 0,10 a 0,12 euro al pezzo. Mentre per le Kn95 e le ffp2 il range di prezzo di produzione nel momento di massima emergenza si aggira tra 0,41 e 0,46 euro al pezzo. Ne segue che un prezzo di mercato «onesto» cosiddetto «franco fabbrica», ossia escludendo le spese di imballaggio, trasporto, assicurazione e sdoganamento, si sarebbe aggirato tra un euro e un euro e 20 centesimi al pezzo.








