Nel gennaio del 2011, da qualche parte tra la folla assiepata in piazza Tahrir, al Cairo, un uomo sollevò un cartello scritto a mano. C’era scritto: «Facebook: contro ogni ingiustizia». Probabilmente non pensava di stare prendendo posizione sulla politica tecnologica. Stava prendendo posizione contro Hosni Mubarak, il dittatore che, nel giro di poche settimane, sarebbe stato costretto a lasciare il potere, anche perché strumenti come Facebook avevano dato agli egiziani un modo per coordinarsi, organizzarsi e ritrovarsi mentre i media controllati dallo Stato cercavano di convincerli che fossero soli.

Quattordici anni dopo, quasi nello stesso giorno, il fondatore di Facebook – ancora oggi alla guida dell’azienda – sedeva in un posto d’onore durante la cerimonia d’insediamento di un presidente americano apertamente sprezzante nei confronti delle regole democratiche. Era seduto davanti agli stessi futuri membri del governo e accanto a quasi tutti i principali amministratori delegati delle Big Tech. La stessa piattaforma. Un rapporto con il potere completamente diverso.

Sarebbe facile guardare queste due immagini e concludere che l’ottimismo tecnologico dei primi anni di Internet fosse un’illusione, e che gli strumenti che immaginavamo avrebbero liberato le persone fossero destinati, fin dall’inizio, a essere catturati dai potenti.