C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella relazione intermedia pubblicata dalla Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti contro il Digital Services Act europeo. Non soltanto per ciò che sostiene, ma per il modo in cui lo sostiene.

Il documento, dedicato alla presunta «campagna decennale dell’Europa per censurare Internet a livello globale», affronta questioni reali e cruciali: il potere delle piattaforme digitali, l’effetto extraterritoriale delle normative europee, l’opacità della governance algoritmica, il rapporto sempre più stretto tra regolatori pubblici e Big Tech. Sono temi enormi, destinati a ridefinire la sovranità democratica nel XXI secolo. Eppure, invece di trattarli con il linguaggio prudente e analitico che ci si aspetterebbe da un documento istituzionale, la relazione adotta quasi ovunque la grammatica di una guerra culturale.

Parla di un’Europa che lancia «campagne di censura globale» (ripetuto 5 volte), che

«sopprime le narrazioni e/o il discorso politico» (ripetuto 5 volte), che attua politiche

“censorie” (ripetuto 54 volte). Trasforma il conflitto sulla regolazione digitale in una