C’è una grande regola non scritta che i videogiochi hanno imparato molto bene: mentre progetti il futuro e attendi di capire che forma dargli, prova a dare un’occhiata al passato e a cosa ha funzionato. Anche la francese Ubisoft, storica compagnia autrice di serie come Rayman e Prince of Persia, la sta abbracciando da qualche tempo.

Oggi la compagnia della famiglia Guillemot è celebre anche e soprattutto per il successo di Assassin’s Creed, che ha segnato un prima e un dopo nella sua storia. Non a caso, dopo la grande popolarità riscontrata soprattutto a ridosso del 2009 (con l’uscita di quell’Assassin’s Creed II ad ambientazione italiana), il franchise ha goduto per diverso tempo di uscite annuali: un appuntamento fisso per i videogiocatori, impazienti di tuffarsi in un nuovo periodo storico, fedelmente riprodotto e reinterpretato dagli autori.

Poi, nel 2017, quando il modello annuale iniziava ad avvertire la sua stanchezza, Ubisoft cambia le carte in tavola: si presenta con Assassin’s Creed Origins, che trasforma la serie da una di azione e avventura a un gioco di ruolo action. Le dimensioni dei mondi virtuali crescono a dismisura, di pari passo con la longevità: le vendite premiano questo approccio in Origins, nel successivo Odyssey (2018) e soprattutto in Valhalla (2020). Ma, nel frattempo, nei consumatori nasce un po’ di nostalgia: non si potrebbe tornare a un Assassin’s Creed più raccolto, con una mappa meno sconfinata, che non duri centinaia di ore? Insomma, c’è un modo per rispolverare il vecchio approccio action adventure?