Per milioni di argentini, finora il momento più alto del Mondiale 2026 di Lionel Messi non è uno degli otto importantissimi gol con i quali ha portato l'Albiceleste fino ai quarti di finale, ma più probabilmente quel pianto di gioia e resurrezione al termine dell'incredibile rimonta contro l'Egitto. La 'pulce' ha sbagliato un rigore, sfiorato il baratro dell'eliminazione ma ha poi avuto la forza di prendere per mano la squadra e farla rinascere. Un'epopea calcistica che trova uno scenario ideale proprio nel caldo paese sudamericano: non c'è festa, se prima non ci sono sacrificio e sofferenza.

"Ci tocca nel profondo, è il nostro leader", dice di Messi un compagno, De Paul. Mentre da Buenos Aires il presidente Milei riserva la Casa Rosada alla "Seleccion quando torna: prometto, io non ci sarò, perché in quella foto non sono degno di esserci...". E questa empatia totale con la propria nazione era l'ultimo elemento che mancava a Messi: per tutta la vita, l'argentino ha dovuto lottare contro il pesantissimo paragone con Diego Armando Maradona. Il 'pibe de oro' era un campione in campo, ma è stato anche capace di inventarsi la 'mano de Dios' per vendicare un popolo umiliato contro la detestata Inghilterra. Sullo sfondo c'è la sfida con la Svizzera. Chi vince va in semifinale. Sulla carta è l'avversario più semplice che poteva capitare ai sudamericani che, a questo punto, possono aspirare con una certa autorevolezza a confermarsi campioni del mondo.Soprattutto, se Messi continuerà a giocare a questi livelli.