Nell’era digitale le cabine fotografiche sono quasi diventate reperti del passato.
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Capita ancora di incrociarle negli angoli di centri commerciali semi deserti, nelle stazioni ferroviarie, oppure di sentire qualcuno borbottare al loro interno mentre cerca di ottenere “una foto decente per il passaporto”.
Esistono ancora, ma sono presenze discrete, quasi spettrali: come mobili rimasti in una casa abbandonata da tempo.
Eppure, in ognuna si conserva un’infinità di ricordi. Ogni fruscio della tendina, ogni flash della macchina fotografica ha accolto le espressioni più private di sconosciuti; e quella striscia stampata è diventata per loro un raro segno di permanenza in un’esistenza così fugace.







