Giorgia Meloni scende dalle montagne russe di Ankara e, funambola, ritrova l’equilibrio. Non attacca direttamente Donald Trump, ma il messaggio più forte è per Washington: “È tempo che l'Europa garantisca la propria sicurezza da sola e non per fare un favore a qualcuno”. Non si pente di “nulla” del suo rapporto con il tycoon ma, dopo un bilaterale con il turco Recep Tayyip Erdoğan, fissa i paletti. Sull’Ucraina che l’Italia “proseguirà a sostenere”, sul “lavoro con i francesi" per il post Unifil in Libano, sull’intervento militare in Iran che “non ha portato risultati concreti”. Un affondo mascherato contro Trump, eseguito con freddezza, senza però fare un passo nell’altra direzione. Alla riunione di Parigi dei Volenterosi andrà Antonio Tajani.

L’agenda verde della premier straborda di post-it. Sono gli appunti presi nelle ultime ventiquattr'ore. Dettagli che restituiscono quanta attenzione ci sia dietro la preparazione di questo delicatissimo summit Nato. L’Italia ci arrivava “in modalità difensiva”, ragiona una fonte che conosce bene certe dinamiche. Soprattutto, il timore di Palazzo Chigi era un nuovo frontale con Trump. La vigilia, con quel meme offensivo, anticipava un vertice nefasto. Il calcolo inizia dalla scelta di arrivare all’ultimo ad Ankara, quando le porte del complesso presidenziale Beștepe si stavano chiudendo.