L’8,4% della popolazione mondiale ha fame, una stima pari a 673 milioni di persone, ma si arriva al 20% della popolazione se si considera l’Africa subsahariana, dove la situazione negli ultimi anni è peggiorata.
Se si leggono i dati della Banca Mondiale sui 10 paesi più poveri del mondo nel 2001 e nel 2024, si nota che cronicamente sono rimasti in fondo alla graduatoria la Repubblica Democratica del Congo, il Ciad, il Mozambico, Burundi, Eritrea, Malawi, Mali, Afghanistan.
Il report Last Twenty 2025 analizza le condizioni economiche, sociali, demografiche, climatiche e migratorie dei 20 Paesi più impoveriti del mondo, selezionati in base al PIL pro capite a parità di potere d’acquisto (dati FMI).
Le indagini mostrano collusioni tra élite locali e imprese multinazionali che escludono le comunità locali, pur esistendo una frangia che si ribella e chiede il rispetto dei diritti. Si registrano quindi contrasti tra le grandi imprese e le popolazioni locali per mancate informazioni, corruzioni dei leader locali, assenza di consenso, impatti negativi sulle condizioni di vita, promesse inattuate, con scandali e cause nei tribunali. Si assiste poi all’espansione della Cina e alla continua pressione dei poteri occidentali sulle risorse strategiche. L’estrattivismo non si arresta, ma trova nuove occasioni di profitto con la transizione ecologica e digitale.






