I lettori non milanesi ci scuseranno se parliamo di un luogo simbolo di Milano e dunque riveliamo un conflitto d’interesse affettivo. Ma la vicenda, assai triste, della grande libreria Hoepli ha un significato che va al di là del destino assai incerto della casa editrice milanese fondata, nel 1872, da un immigrato svizzero.

Un discendente che portava lo stesso nome del fondatore, Ulrico Hoepli, persona di rara umanità, cultura e ironia, è morto a 91 anni il mese scorso. Si è risparmiato il dolore di vedere affissa alle vetrine desolantemente vuote il cartello con la scritta: «Questa libreria è chiusa».

È la conseguenza della lite giudiziaria tra gli eredi. Quei quattro piani in via Hoepli potrebbero diventare un altro albergo a cinque stelle, magari con lo stesso nome. Fra un po’ Milano avrà più hotel di lusso che librerie. L’avvocata Monica Colombera ha dato vita a un’iniziativa per rilevare il ramo d’azienda con la libreria e i relativi dipendenti. Non un semplice tentativo di acquisizione. Si tratta della costituzione di una società a capitale diffuso che si impernia sull’esperienza di Vittorio Graziani delle librerie Centofiori. Non ci sarà un azionista di maggioranza, neppure relativa. Una società con tanti piccoli azionisti potrebbe sostenere gli oneri di un contratto di locazione che non sarà, nel caso, leggero, vista la zona, e riavviare l’attività. I sostenitori dell’iniziativa, che rivolgono un appello alla società civile per avere un sostegno sotto forma di azionariato popolare, sono convinti di potercela fare. La libreria fino al 2019 non era in perdita, anzi. L’idea di un azionariato popolare per sostenere l'attività di librerie ed edicole ha un grande valore civico e culturale, comunque vadano le cose.