di

Dafne Roat

Dopo essere stati minacciati e aggrediti, i due pakistani avevano trovato il coraggio di denunciare il loro connazionale Muhammad Suleman, ora ai domiciliari. La Cgil: «Il datore di lavoro ha una responsabilità»

Hanno avuto coraggio. Ma ora non hanno più un impiego e neppure i soldi da inviare alle famiglie nel loro Paese. Altri hanno scelto il silenzio. Per paura. Loro hanno deciso di denunciare i pestaggi, le minacce, le aggressioni, hanno trovato la forza di chiedere aiuto. E «sono stati abbandonati». Una situazione «inaccettabile», denuncia la Flai Cgil. «I contratti a termine sono scaduti e nessuno dei due braccianti, anche per paura, ha più lavorato presso questa azienda agricola. Nessuno dei due ha ricevuto un solo euro di risarcimento per le lesioni subite, per la paura, per l’umiliazione. Chi ha avuto il coraggio di denunciare è stato abbandonato». Una presa di posizione netta che arriva a poche ore di distanza dall’interrogatorio di garanzia di Muhammad Suleman, il pakistano di 50 anni, arrestato dai carabinieri, accusato di gestire una rete di caporalato. L’uomo ieri mattina ha scelto il silenzio davanti al gip Enrico Borrelli. La sua avvocata d’ufficio, Denise Boriero, ha chiesto la revoca della custodia cautelare in carcere e la sostituzione con la misura degli arresti domiciliari, sulla base di una valutazione diversa delle esigenze cautelari. Il giudice si è riservato e attende il parere della Procura. Deciderà nelle prossime ore.