La vicenda dell’autocertificazione antifascista alla Fiera del libro di Roma è finita come doveva finire, nel nulla. Con un comunicato breve e tremolante arrivato dagli organizzatori, si è annunciato che sette editori su trecento hanno deciso di non firmare la demenziale autodichiarazione, ma anche loro, questi sparuti sette, verranno presi in considerazione. Il potere dei pochi!La vicenda può apparire piccola, ombelicale e provinciale. Riguarda, poi, un settore ancora più piccolo e di minimo impatto economico, ossia l’editoria. Tuttavia, fuor di retorica, nei libri circolano ancora, e così continuerà a essere, le idee che poi fanno muovere una società, spesso indipendentemente dal numero dei lettori. Per questo è una vicenda così importante.Venendo ai nostri signori dell’antifascismo editoriale, la missiva con cui sostanzialmente si sono rimangiati i loro pessimi buoni propositi è retorica ma sbrigativa del tipo “oddio speriamo che non ci si noti troppo!”. Non vi è, può leggerla chiunque, alcun improvviso soprassalto di coscienza. Del resto, se arrivi a concepire un’assurdità come questo patentino da far sottoscrivere agli editori, cioè a coloro che per mestiere dovrebbero (idealmente) custodire la libertà delle idee, non puoi essere mosso da uno scrupolo autentico. Chi concepisce un documento del genere, infatti, non si percepisce come un semplice organizzatore di un evento culturale in cui si dovrebbe aiutare la promozione delle piccole e medie case editrici che hanno poco spazio in libreria. Bensì pensa a se stesso come a un funzionario di ciò che è Giusto e Corretto. Chi prende un’iniziativa del genere è evidente che ami il fatto di essersi posto come una sorta di splendido rieducatore pubblico. Si ritiene un essere umano probo e moralmente superiore. Si sente dalla parte giusta della storia, del progresso, della civiltà. E chi si sente investito da una simile missione non torna indietro per pudore. Tornare indietro significherebbe riconoscere che il povero codice etico della Fiera non era costruito su una garanzia di libertà, ma su un moralismo da politicuccia culturale miserabile.Molto più prosaicamente, a produrre il ripensamento sembra sia stata la paura. Innanzitutto la paura di perdere finanziamenti pubblici, lauti, che rischiavano di essere ritirati. La paura di perdere alcune “grandi voci” della sinistra che hanno duramente e platealmente mostrato tutta la ridicolaggine pretenziosa e salottiera di una simile autocertificazione. E, di fronte a tutto questo, la paura di rompere il giocattolo compatto delle fiere, dei festival, delle presentazioni, etc. che tiene insieme, come decadenti mandarini fuori dal tempo e molto autoriferiti, i funzionari della cultura in servizio permanente. Insomma, uno spettacolo indecoroso, di cui questa ritirata non è altro che la cherry (marcia) on top!Un’ultima constatazione tocca farla sui trecento che hanno firmato l’ormai famigerata autodichiarazione. Non chiameremo qui in causa la solita “servitù volontaria”, categoria dello spirito fin troppo utilizzata, ma che pure rimane indispensabile. Basterà notare che su trecento sicuramente una buona parte avranno creduto che questa autodichiarazione fosse una buona cosa. Poveri loro, ma fatti loro! Il problema è di quei numerosi che l’hanno firmata per pigrizia o, peggio, non credendo affatto alla bontà dell’autodichiarazione. Bensì perché era la cosa più comoda da fare. In fin dei conti, perché non dovrei firmare una dichiarazione di antifascismo per esporre dei libri che ho il pieno diritto di esporre anche senza quell’autodichiarazione? Ecco, se non riesci a rispondere a una domanda del genere l’altra domanda, direi piuttosto importante per un editore, che sorge spontanea diventa: ma allora a cosa serve garantire, con le unghie e con i denti, la libertà di pensiero?