Bologna, 8 luglio 2026 – “Per noi è la vittoria morale di cui papà sarebbe fiero. Si era battuto per veder riconosciuto quel periodo buio, la privazione delle proprie libertà e vita, senza successo”. Papà, P.D.P. – riportiamo solamente le iniziali per volontà dei figli – aveva 19 anni quando, il 12 settembre 1943, quattro giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre, venne catturato, deportato in Germania e internato nel campo di Treuenbrietzen/Selterhof, 70 chilometri da Berlino.

Liberato dagli alleati 7 mesi dopo

Un’area di lavoro forzato, legata al campo di Sachsenhausen, dove il giovane friulano, venne impiegato come manovale nella fabbrica di munizioni, “sottratto allo status di prigioniero di guerra con la qualificazione di internato militare italiano, formalmente privato delle garanzie convenzionali previste per gli stessi prigionieri di guerra”. Questo fino al 13 aprile 1945 quando venne liberato dagli alleati. Ora però c’è una pronuncia importante – terza in Italia in materia – del tribunale civile di Trieste, grazie al lavoro degli avvocati bolognesi Eva Biscotti e Marco Esposito, che riconosce un risarcimento di oltre 60mila euro ai figli del militare, classe 1924, in capo alla Repubblica federale tedesca in continuità con il Terzo Reich. “Per crimini di guerra – si legge dagli atti – e contro l’umanità, deportazione e lavoro forzato di militare italiano, commessi durante il secondo conflitto mondiale”.