Firenze, 8 luglio 2026 – Dottoressa Tania Chechi, da chi è nata l’idea di usare l’ipnosi nelle procedure cardiologiche?
«Dall’elettrofisiologia, grazie alla collega Marzia Giaccardi che ha preso spunto da esperienze avviate in altre regioni nel suo settore. Ci siamo presto resi conto che poteva essere utilizzata anche in altri ambiti della cardiologia interventistica. Oggi la impieghiamo anche nelle procedure di rivascolarizzazione coronarica e nella cardiologia strutturale».
Per quali tipi di interventi è indicata?
«Parliamo di procedure complesse, impegnative per gli operatori e per i pazienti: possono durare diverse ore, durante i quali la persona resta sveglia con sedazione minima e locale. Può provocare ansia, disagio e anche dolore. Inoltre lo stress può avere ripercussioni sulla pressione e sulla respirazione, in particolare in soggetti fragili o anziani. L’ipnosi diventa dunque alternativa o supporto alla sedazione».
Può essere utilizzata con tutti i pazienti?







