Si è definitivamente rotto il fidanzamento lungo 11 anni tra Rai Way e Ei Towers, vale a dire le due strutture cugine – l’una controllata dal servizio pubblico, e l’altra da MediaForEurope (ex gruppo Mediaset) e dal fondo F2i- adibite alla diffusione del segnale radiotelevisivo. Sarebbe stato un matrimonio di interessi, ma proprio la sua evidente natura mercantile ne ha reso progressivamente inutile la celebrazione, visto che -a questo punto dell’evoluzione tecnologica- in quei confini gli affari rischiano di essere piuttosto magri.
Non solo. Non vi è stata evidenza pubblica del problema, rimasto probabilmente tra gli elementi riservati per prudenza, di verosimili violazioni della normativa antitrust, che difficilmente un’unificazione lesiva della concorrenza avrebbe potuto eludere.
Comunque, il divorzio -pure da tempo nell’aria- costringe ora a fare i conti con il futuro, disegnando di corsa strategie al momento assenti.
Paradossalmente, è la Rai che sta peggio. Se Mfe ha un disegno europeo in espansione, il vecchio ex monopolio non pare fare tesoro di uno dei suoi stessi tesori. Infatti, la società delle torri, che andrebbe ripresa anche societariamente dalla casa madre, ha di fronte a sé una scelta: gestire l’esistente, sperando che la conferenza mondiale delle radio comunicazioni in programma nel 2031 decida di procrastinare di qualche anno l’utilizzo per la televisione delle frequenze ormai destinate alle telecomunicazioni; ovvero l’entrata nella scena dei Data Center in Edge Computing (risparmio di banda e forte decentramento. evitando cattedrali energivore), punto decisivo per affermare almeno quote di sovranità digitale.











