Vannacci e preferenze sono ancora al centro del confronto interno al centrodestra sul Melonellum, a una settimana dall’inizio delle votazioni nell’Aula della Camera. Per quanto riguarda il primo punto, si discute su come neutralizzare l’impatto del nuovo partito dell’ex addetto militare a Mosca. Quanto alle preferenze, Fdi insiste con gli alleati perché dicano sì a una norma che sarebbe a esclusivo uso del partito di Giorgia Meloni. Il dibattito sulle preferenze si è anche esteso al Pd, con le donne di Comunità democratica, l’associazione presieduta da Graziano Delrio, che hanno redatto un documento a favore, in contrasto con l’appello pro liste bloccate firmato da Chiara Gribaudo, considerata vicina alla segretaria Elly Schlein.

Un sondaggio di Alessandra Ghisleri, pubblicato lunedì su La Stampa, rileva che il centrosinistra largo è mezzo punto avanti a un centrodestra senza Futuro Nazionale. Il che conferma comunque che abbandonando il Rosatellum, con i suoi collegi uninominali, e approdando al collegio unico nazionale del Melonellum, l’attuale maggioranza se la gioca. Tuttavia un’alleanza con il partito di Vannacci porterebbe il centrodestra avanti di tre punti. Vista la poca praticabilità di una coalizione che comprenda Fn, nel centrodestra si studia un modo di neutralizzarlo. Un’ipotesi è il ritorno al Melonellum 1, vale a dire al ballottaggio, a cui si accederebbe se non si supera la soglia del 45%, se non del 50%. Perfidamente Giovanni Donzelli e soci potrebbero dire che il suggerimento arriva da personalità vicine al centrosinistra, come il costituzionalista Stefano Ceccanti, e altri esponenti del movimento referendario degli Anni Novanta, come Peppino Calderisi, o come il padre dell’Italicum, il professor Roberto D’Alimonte, teorici della necessità che ci sia un vincitore a tutti i costi. Altra ipotesi, ancora più clamorosa, ma mai discussa con gli alleati, sarebbe un Rosatellum con voto disgiunto (uninominali/proporzionale) che consentirebbe accordi di desistenza.