Ogni epoca ama ricordarsi per una sua invenzione, come se la storia fosse una galleria di ritratti: la macchina a vapore, l’elettricità, Internet. È una narrazione comoda e persino consolante, perché mette in scena eroi tecnologici e lascia tutto il resto sullo sfondo. Peccato che le tecnologie, prese da sole, spieghino soltanto la superficie del cambiamento. Ciò che trasforma davvero una civiltà non è l’arnese nuovo comparso sul tavolo, ma il modo in cui quell’arnese sposta l’equilibrio tra ciò che abbonda e ciò che è raro. Quando cambia la natura della scarsità cambiano, inevitabilmente, l’economia, le istituzioni, il lavoro e persino il modo in cui attribuiamo valore alle cose.
L’intelligenza artificiale è, oggi, il punto più avanzato di questo movimento. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’accelerazione senza precedenti nella storia dell’informatica: la potenza di calcolo destinata all’addestramento dei modelli cresce a ritmi che fanno impallidire la vecchia, celebre legge di Moore, i dati digitali si moltiplicano ogni giorno a centinaia di milioni di gigabyte e algoritmi ormai capaci di maneggiare linguaggio, immagini, codice, suoni e conoscenza si sono diffusi tra milioni di persone che li usano per scrivere, tradurre, progettare, programmare o semplicemente decidere. Quella che fino a poco fa era una curiosità da laboratorio sta diventando, con discrezione e rapidità, un’infrastruttura generale della società.






