Duecentocinquantamila spettatori, un palco largo 140 metri, un indotto da oltre 90 milioni di euro. Il 4 luglio, a Tor Vergata, Ultimo ha riunito il più vasto pubblico pagante mai registrato in Italia per un singolo concerto. Il record lascia però una domanda: perché proprio lui? Che cosa ha trasformato Niccolò Moriconi, classe 1996, in un fenomeno capace di mobilitare un pubblico tanto vasto e fedele?

Per Michele Monina, giornalista e critico musicale, la risposta non è tanto nelle canzoni. Anzi. “Se analizzo Ultimo dal punto di vista della scrittura, non ci trovo nulla di particolarmente originale. Si rifà in modo evidente al cantautorato romano degli anni Ottanta, con inserti rap entrati nella canzone italiana decenni fa con artisti come Tiziano Ferro”.

È proprio la distanza tra la critica e le dimensioni del successo a rendere il caso interessante. Per comprenderlo, sostiene Monina, bisogna guardare all'identità costruita dal cantautore intorno alla propria musica. A cominciare dal nome. “Ultimo è perfetto. Ha capito la forza del farsi voce di chi ritiene di non averne una. Il ‘noi contro loro’ funziona sempre, perché ciascuno di noi, in qualche modo, si sente vessato da qualcuno o da qualcosa”.