CITTA’ DEL VATICANO. “Con Leone XIV abbiamo parlato di tutto, anche del suo possibile viaggio negli Stati Uniti. Il rapporto di collaborazione è costante”, assicura Brian Burch, ambasciatore statunitense presso la Santa Sede, primo diplomatico a ricevere in casa propria la visita di un Pontefice. Trump e il Papa possono collaborare? “Lo stanno già facendo in decine di scenari. Il rapporto del Papa con gli Stati Uniti e con il presidente è stato strumentalizzato come se fosse un conflitto enorme. Il Santo Padre ricopre due ruoli. È il capo della Chiesa cattolica, è il Sommo Pontefice, ma è anche il capo della Santa Sede. E’ quindi un leader sovrano che interagisce con il mondo in quanto tale. Questo è il motivo per cui sono qui a fare l’ambasciatore: intratteniamo relazioni bilaterali con uno Stato sovrano e, in quanto leader sovrano, egli ha ovviamente opinioni, preferenze e punti di vista su come il mondo dovrebbe funzionare, e penso che sia perfettamente legittimo che i capi di Stato abbiano divergenze. Credo che una delle sfide relative alle critiche rivolte al Papa, o a quelle del presidente nei confronti del Papa, sia stata: ‘Come osate criticare il Papa?’ quando lo dipingono come il capo della Chiesa cattolica che si limita a predicare il Vangelo; ma il Papa ha questo altro ruolo di capo sovrano che noi rispettiamo”. Il Papa può essere criticato? “Abbiamo un’intera ambasciata e spendiamo milioni di dollari proprio perché è un capo di Stato e, in quanto tale, è certamente soggetto a critiche e il presidente Trump ha un modo particolare di rapportarsi con i leader stranieri; non è che il Papa sia l’unico con cui si sente frustrato quando si tratta di alcuni aspetti della nostra politica sull’Iran. Il Papa ha certamente la pelle molto spessa; ci sono ci sono alcuni punti in comune. Il presidente è nato nel Queens, che è un quartiere molto popolare, mentre il Papa è nato nella zona sud di Chicago”. Prevost e Trump non sono incompatibili? “No. Penso che il fratello del Papa l’abbia descritto al meglio: hanno molto più in comune di quanto la gente creda, in particolare nelle loro personalità e nei loro stili di leadership. Il Papa non usa Twitter allo stesso modo del presidente, ma è molto sincero e disposto ad affrontare direttamente questioni davvero spinose; credo che sia proprio per questo che gli americani hanno eletto il presidente Trump; penso che sia motivo per cui i cardinali hanno scelto Robert Prevost come loro leader. lo hanno visto come una persona capace di affrontare queste questioni spinose e di confrontarsi con esse in modo concreto, senza limitarsi a evitare il conflitto”. Un’opportunità per gli Usa? “Ora abbiamo il primo Papa americano, un nuovo nunzio, un’amministrazione piena di leader cattolici molto impegnati, seri e molto fedeli, dal vicepresidente al segretario di Stato, in tutto il Dipartimento di Stato, Dipartimento della Guerra e persino all’interno della Casa Bianca. Il responsabile della politica interna degli Stati Uniti è un cattolico molto devoto, il responsabile dell’immigrazione è un cattolico molto devoto, quindi ora ci sono molti cattolici in tutta l’amministrazione. Ci saranno sempre delle divergenze, in particolare su come conciliare la politica statunitense con la dottrina sociale cattolica, ma penso che avere un Papa americano crei un’opportunità straordinaria sia per il Vaticano, che può avere un apprezzamento e una comprensione unici e lui certamente li ha”. Come è nata la cena con Leone XIV? “E’ stato deciso tutto un mese fa. Stavamo cercando un’occasione per organizzare la celebrazione del 250° anniversario della nascita degli Stati Uniti: una circostanza straordinaria per gli Usa. Quando il vicepresidente Jd Vance è stato qui aveva rivolto un invito di cortesia e nei colloqui che abbiamo avuto con il primo Papa statunitense sul Soglio di Pietro abbiamo espresso in questi mesi il nostro desiderio di una sua visita in ambasciata. Il 4 luglio ci è sembrato un’occasione unica per ospitarlo visto che si sarebbe trovato a Roma e per accoglierlo alla residenza. Non era qualcosa che ci aspettavamo e, in realtà, siamo rimasti davvero onorati e felici quando ha accettato il nostro invito. Ne eravamo a conoscenza già da un po’, sapevamo che aveva intenzione di venire e alla fine è successo davvero”. Un colloquio per ricucire dopo gli attacchi di Trump al Papa? “L’aspetto più importante è che questo incontro non è mai stato inteso come un forum per risolvere profonde questioni politiche. Il modo migliore per descriverlo è come uno straordinario gesto di affinità e di calorosa vicinanza agli Stati Uniti. Questa vicinanza – so che è un’espressione che Francesco usava spesso e penso sia il modo migliore per descriverla – si è manifestata nell’accettazione dell’invito e nell’intero tenore della serata”. Come è andato l’incontro? “Il Papa è arrivato verso le 19.30, abbiamo scattato una foto con la famiglia, ha benedetto alcuni oggetti religiosi per noi, e poi abbiamo preso un aperitivo. C’era un tagliere con la bandiera americana e ne ha mangiato un po’. Abbiamo parlato molto di Chicago, grazie alle nostre radici comuni lì e ai tanti legami che ci uniscono. Abbiamo ridiscusso alcune cose di cui gli avevo parlato durante il mio incontro per la presentazione delle credenziali. Poi abbiamo cenato con un pasto molto americano: insalata di anguria, costate di manzo e hot dog in stile Chicago”. Leone XIV ha apprezzato il menù? “A un certo punto della cena il Papa ha commentato che era un’ottima selezione di piatti. Non so se fosse solo per cortesia o meno, ma ha mangiato tutto ed era davvero tanto. E poi come dessert una torta di mele, un gelato e un po’ di torta ai mirtilli, per rimanere in tema patriottico. Poi ho potuto passare un po’ di tempo da solo con lui, e abbiamo avuto alcune conversazioni approfondite su una serie di argomenti. Poi il Pontefice si è unito a noi fuori, dove i miei figli avevano delle stelle filanti, che sono una tradizione negli Stati Uniti, dove di solito si lanciano fuochi d’artificio, ma qui siamo a Roma, quindi abbiamo voluto rispettare le leggi. Abbiamo cantato insieme ‘God Bless America’”. Anche il Papa ha cantato? “Sì anche lui ha cantato, poi ha autografato alcune palle da baseball e le ha datate. E’ stata una sua idea datarle, il che è stato molto significativo, un numero unico, credo, 7-4-26, il 250° anniversario. E poi se n’è andato verso le ore 22. È stato quindi un soggiorno prolungato, durante il quale si è dimostrato straordinariamente gentile con la nostra famiglia; l’atmosfera era molto rilassata e abbiamo riso di tante cose. Penso che a volte, sia in ambito ecclesiale che sulla scena mondiale più ampia, ci sia questa percezione del Papa per cui ci dimentichiamo che il Papa è un uomo, come tutti noi. Ha scherzato sullo sport e sui White Sox, che sono la sua squadra di ; noi siamo di Chicago, quindi ne abbiamo parlato”. Di cosa avete parlato? “Mi ha raccontato di non essere riuscito a dormire di recente; si è svegliato e ha visto la partita tra Argentina e Capo Verde, il punteggio era in parità, e non è riuscito a riaddormentarsi perché voleva vedere come sarebbe andata a finire. Quindi questo è un Papa che usa lo smartphone, controlla i risultati dei Mondiali nel cuore della notte e si interessa di baseball. E l’altra cosa che mi ha colpito è che è molto americano, nel carattere, nella sua storia, nei suoi ricordi, nella sua famiglia. Abbiamo parlato della sua vocazione; ha raccontato ai miei figli della sua vocazione al sacerdozio e del motivo per cui ha scelto di diventare un sacerdote missionario, attraverso tante storie su Chicago, sulla sua famiglia, su sua madre e sulla sua vita in parrocchia. Sapete, il fatto è che, secondo me, lui vuole essere molto cauto”. Non vuole apparire “troppo Usa”? “Ama gli Stati Uniti, è nato negli Stati Uniti, nutre un amore profondo e ancora vivo per la sua patria, ma credo anche che, in quanto Santo Padre, voglia stare attento a non apparire troppo favorevole o troppo allineato con gli Stati Uniti. E me lo ha detto anche durante il mio incontro di presentazione delle credenziali: vuole davvero vivere fedelmente il suo ruolo di Papa per il mondo, di Sommo Pontefice della Chiesa; la Chiesa americana è, ovviamente, solida e fiorente, ma non è l’unico luogo in cui vivono i cattolici, e ce ne sono altri, circa un miliardo di cattolici in altre parti del mondo, di cui egli è il pastore e il Papa. E quindi, credo ci sia una certa cautela nel dare l’impressione – so che possa sembrare un po’ paradossale, visto che il 4 luglio è stato a casa nostra – di apparire troppo americano nel suo atteggiamento pubblico”. Come sono ora i rapporti tra Trump e Leone? “E’ naturale che abbiamo discusso tra noi di questo argomento. Penso che ci sia una certa esitazione ad andare immediatamente negli Stati Uniti ma non a causa di un’ostilità verso il presidente ma perché voglia farlo al momento giusto. Cioè dopo una serie di altri viaggi apostolici che dimostrano il principio universale più ampio riguardo al suo ruolo nel mondo. Ne abbiamo discusso in modo approfondito e in tono piuttosto informale per tutta la serata. Inclusa la sua frustrazione per il modo in cui viene descritto: tutto ciò che fa viene visto come una sorta di attacco diretto, di critica o di attenzione rivolta agli Stati Uniti. Che si tratti delle sue omelie in Africa o persino del suo viaggio a Lampedusa, di cui abbiamo parlato in modo specifico. Mi ha detto che non era sua intenzione che ciò fosse un attacco agli Stati Uniti”. Sui migranti le posizioni tra Santa Sede e Usa sono antitetiche. “Questo è il suo ruolo di pastore del mondo, e serve a mettere in luce la sfida della migrazione a livello globale, che non è un fenomeno esclusivo degli Stati Uniti. Certamente lo stava facendo in Europa, in Italia, e per esortare nuovamente l’umanità e i leader a concentrare l’attenzione sulla difficile situazione dei migranti che si trovano nel mezzo di questo momento difficile che stiamo vivendo, in cui i migranti fuggono da luoghi ostili alla loro sopravvivenza. Ma riguardo a questo concetto di ‘Papa contro Presidente’ e a questa profonda ostilità e divisione, credo che a volte sia giusto dire che, secondo lui, i media abbiano esagerato la questione. Ritiene che alcuni dei modi in cui i media hanno pubblicamente caratterizzato la situazione siano stati infelici; penso che egli nutra un profondo desiderio di maggiore cooperazione con gli Stati Uniti”. Dove si può cooperare? “Ci sono molti ambiti di cooperazione e accordo di cui abbiamo parlato. Non ci siamo soffermati troppo sulle divergenze. In realtà il Santo Padre e gli Stati Uniti condividono in gran parte gli stessi obiettivi politici. Gli Usa vogliono che l’Iran non possieda armi nucleari. La Santa Sede non vuole che nessuno possieda armi nucleari ed è decisamente a favore della non proliferazione nucleare. In Vaticano sono molto interessati alla difficile situazione dei cristiani in Medio Oriente, in particolare tra Israele e il Libano, e alla necessità di stabilizzare il Libano affinché possa diventare un modello di pace e stabilità interreligiosa. Sono molto sensibili alla questione cubana. Di certo non erano favorevoli allo sfruttamento attuato dal regime di Maduro sul popolo in Venezuela. Vogliono la pace tra Russia e Ucraina”. E sul controllo dei flussi migratori “È un tema su cui stiamo lavorando attivamente in questo momento. E vediamo che c’è grande interesse al riguardo. Anche sulla questione migratoria c’è in generale un ampio consenso sulla necessità di stabilire un processo ordinato che consenta ai paesi di gestire la migrazione in modo sicuro, ordinato e legale. Tale processo deve rispettare sia la dignità dei migranti sia il diritto di una nazione di far rispettare le proprie leggi e di proteggere il proprio popolo. Ritengo che il Santo Padre rispetti questo equilibrio. Egli comprende che spesso vi sia una tensione tra questi due aspetti e che la risoluzione di tale tensione sia in gran parte responsabilità del sovrano del Paese. I vari leader politici si schiereranno da una parte o dall’altra. Credo che le principali differenze sostanziali risiedano proprio nel modo in cui intendiamo raggiungere tali obiettivi. Come possiamo costruire una pace duratura in Medio Oriente? Come affrontiamo la sfida dei narcoterroristi in America centrale e meridionale? E come proteggiamo adeguatamente la sicurezza e il benessere della nostra popolazione, che a volte si trovano in contrasto con le sfide poste dalle migrazioni di massa che si verificano non solo nell’emisfero occidentale ma in tutto il mondo?”. E le divergenze? “Esistono chiaramente divergenze di opinione su come raggiungere al meglio questi obiettivi, ma credo che, in linea di massima, il Papa abbia profondo rispetto per il nostro Paese e, laddove permangono le nostre divergenze, desideri una maggiore cooperazione; ritengo che il mio compito sia quello di contribuire a facilitarla, e l’ho incoraggiato in tal senso. Abbiamo parlato un po’ di come potrebbe collaborare in modo più cooperativo con il presidente Trump”. Perché il Papa e Trump non si sono ancora parlati? “Credo che ci possa essere la tendenza a dare un’interpretazione eccessiva al motivo per cui ciò non sia avvenuto. La mia impressione è che il presidente Trump non abbia parlato con molti leader diversi. È estremamente impegnato. Ha sempre una mole straordinaria di questioni da gestire. Se e quando sarà necessario che parlino, so che lo faranno. C’è un intenso scambio di comunicazioni tra i vertici dell’amministrazione, in particolare con il Segretario di Stato in quanto massimo responsabile della politica estera del nostro Paese. L’idea che gli Stati Uniti e la Santa Sede non mantengano contatti regolari è una sciocchezza. Siamo regolarmente in contatto, anche questa settimana, per svolgere varie attività e certamente nell’ambito del mio incarico di ambasciatore. Penso che quando sarà necessario e importante che parlino, sono certo che lo faranno”. Non è strano? “Non credo che il Papa alzi continuamente il telefono per discutere di questioni politiche concrete con i leader mondiali. È per questo che esiste un’amministrazione. È per questo che, per noi, c’è il Segretario di Stato a occuparsene e che c’è la Seconda Sezione del Vaticano a gestire le relazioni con gli Stati. Per quel tipo di scambi concreti, ecco perché c’è quella squadra. Credo che il Santo Padre, ancor più del Presidente, sia molto attento a come sceglie di impiegare il proprio tempo e a come interagisce con i leader mondiali per, direi, dare un tono e stabilire un quadro generale su come poi noi che siamo coinvolti nel lavoro diplomatico dobbiamo agire”. Nessun braccio di ferro? “Condividiamo l’impegno contro la persecuzione e l’esodo dei cristiani dalla Terra Santa, in Nigeria e in altre parti del mondo. Il Santo Padre non è in contrasto con la politica statunitense. Gli Stati Uniti hanno sempre avuto una politica in materia di immigrazione e l’hanno sempre applicata. A volte in misura minore, altre volte in misura maggiore. Abbiamo sempre espulso delle persone. Abbiamo sempre detto che, se si vuole venire nel nostro Paese, esiste una procedura legale da seguire e ci aspettiamo che venga rispettata. Ciò che il presidente si trova ad affrontare è un’enorme ondata di decine di milioni di migranti giunti al di fuori dei canali legali durante l’ultimo mandato del suo predecessore, e il suo compito è cercare di ristabilire l’ordine e contribuire a risolvere quel problema”. Non è sembrato così. “Il Santo Padre non sta dicendo che, nell’accogliere gli immigrati, si debbano quindi abbandonare le proprie leggi e rinunciare a farle rispettare. Credo che ciò che sta facendo – e penso che questo vada oltre i confini degli Stati Uniti – sia invitare i paesi e i leader ad aderire a un ideale che il Vaticano sostiene da tempo. I paesi, nella misura in cui ne hanno la possibilità dovrebbero essere il più accoglienti possibile. La decisione su quanto essere accoglienti e in base a quali criteri spetta in ultima istanza al presidente di ogni paese, poiché comporta ogni sorta di considerazione: i salari e il sostentamento della propria popolazione, la sicurezza, la capacità di gestire tutte queste diverse questioni. Il principio dell’accoglienza e il principio dell’ordine e della legalità non sono in conflitto”. Cosa le ha detto il Papa al riguardo? “Il Santo Padre non ha specificatamente affermato che il modo in cui gli Stati Uniti stanno attuando la propria politica sia un problema. Penso che, sì, molto probabilmente ci siano state alcune difficoltà relative a specifici episodi di applicazione della legge e, come ha detto il vicepresidente Vance, quando si cerca di far rispettare le leggi nei confronti di persone che si trovano illegalmente nel proprio paese, ci saranno inevitabilmente casi complicati e difficili. Arrestare qualcuno e allontanarlo spesso non è piacevole. E quindi penso che, in sostanza, quando il Santo Padre parla, lo faccia principalmente in qualità di pastore universale della Chiesa e di voce morale, riferendosi a una serie di principi generali, non all’attuazione di una specifica politica in materia di immigrazione negli Stati Uniti”. Figlio di migranti e patriota? “Durante la cena del 4 luglio sono rimasto colpito da quanto sia americano e, nonostante non viva lì da molto tempo, da quanto comprenda gli Stati Uniti, che ovviamente ama tantissimo. Questo è molto diverso da qualsiasi altro Papa che ci sia mai stato: ci capisce intuitivamente e questo, credo, crea un momento reale, un momento straordinario di opportunità. Nella sua lettera agli Stati Uniti ha specificatamente elogiato i sacrifici che gli americani hanno compiuto a favore dell’Europa, compreso quello di suo padre che è stato un eroe nella Seconda guerra mondiale”.