L’ombra della ‘ndrangheta torna ad allungarsi sulla gestione dei rifiuti nel Nord Italia. Un’imponente operazione antimafia condotta nelle province di Parma e Reggio Emilia ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di venti persone e all’arresto di un soggetto, su ordine del Gip del Tribunale di Bologna e su richiesta della Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo.A far scalpore è il coinvolgimento diretto di alcuni esponenti della famiglia Amato, ramo parmense della nota dinastia criminale già emersa nel maxi processo “Aemilia”, la più grande inchiesta giudiziaria contro la penetrazione della mafia calabrese nella Pianura Padana. Il blitz, supportato dagli elicotteri dell’Arma, ha inferto un duro colpo a un sodalizio accusato a vario titolo di “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti”, portando al sequestro di quattro siti abusivi e sei autocarri.

La terra emiliana usata come discarica abusiva

Le indagini, portate avanti con estrema capillarità tra il 2022 e il 2026, hanno svelato come i metodi della criminalità organizzata calabrese venissero applicati al remunerativo settore del riciclo dei metalli nel parmense.I titolari di diverse ditte individuali compiacenti raccoglievano sistematicamente tonnellate di scarti ferrosi da officine, cantieri e privati. I materiali venivano poi stoccati in quattro mega-discariche abusive nei Comuni di Langhirano, Neviano degli Arduini e Corniglio. In queste aree, totalmente prive di pavimentazione impermeabilizzata, i rottami venivano smontati e ridotti di volume, provocando il rischio di percolazione di sostanze tossiche e oli esausti direttamente nel suolo emiliano, calpestando ogni norma di tutela ambientale.