MANIAGO (PORDENONE) - Nonostante dei precedenti incidenti, le condizioni di sicurezza nello stabilimento Stm non erano adeguate il 25 marzo 2025 quando Daniel Tafa morì trafitto da una scheggia incandescente mentre stava lavorando. Lo sostiene la consulenza tecnica disposta dalla Procura di Pordenone nell'ambito dell'inchiesta aperta per l'infortunio sul lavoro costato la vita al giovane operaio, che vede indagate sette persone, tra dirigenti, responsabili della sicurezza e figure apicali dell'azienda.
La consulenza Nella consulenza di legge che l'infortunio mortale era «oggettivamente prevedibile e tecnicamente evitabile attraverso misure che erano esigibili in base al progresso tecnico, alla normativa vigente e soprattutto alla specifica esperienza infortunistica maturata dall'azienda nel corso degli anni». In altre parole la morte di Daniel si sarebbe potuta - e dovuta - evitare. Tafa stava lavorando quando l'esplosione di un macchinario aveva fatto partire una scheggia che lo aveva trafitto e ucciso. «La distanza tra il livello di tutela adottato e quello che era doveroso garantire, su tutti e tre i profili esaminati (tecnico, organizzativo, procedurale-formativo), non è riconducibile a un'unica omissione puntuale» si legge ancora nel documento richiesto dalla Procura. La perizia individua una serie di criticità nelle misure di prevenzione, nell'organizzazione della sicurezza e nelle procedure operative adottate nello stabilimento Stm. Ciò soprattutto alla luce del fatto che quello del marzo 2025 non era il primo infortunio di quel genere nello stabilimento: il riferimento è in particolare a un episodio del dicembre 2024, pur con conseguenze meno gravi. Pur dopo quell'episodio drammatico l'azienda - secondo le accuse - non avrebbe provveduto a mettere in sicurezza l'area e le procedure di lavoro.







