Le notizie di questi giorni ci consegnano un’Italia a due velocità. Da un lato c’è il Paese reale (o meglio che vorremmo essere), quello dell’innovazione e della vera transizione ecologica: l’apertura del cantiere della Gigafactory a Brindisi, nel sito Versalis, e la nascita di "Pantarei", la joint venture per il riciclo integrale dei pannelli fotovoltaici a San Lazzaro di Savena. Due tessere di un mosaico industriale moderno, fondato sulla decarbonizzazione e sulla chiusura del ciclo dei materiali.
A Brindisi finalmente si volta pagina in un territorio martoriato da decenni di servitù energetiche e industriali. Ma diciamolo chiaramente ad Eni: bene, ma è troppo poco e arriva troppo tardi. Per anni il colosso di Stato ha letteralmente affossato la transizione energetica del nostro Paese, blindando gli investimenti sul fossile e allontanando l'Italia dagli obiettivi climatici europei e dagli accordi di Parigi. Questa Gigafactory ha il sapore del risarcimento tardivo, una concessione minima mentre tutt’oggi il cane a sei zampe continua a puntare sul gas e su un modello estrattivo superato.
Modello che, d’altronde, l’Unione energie per la mobilità (Unem) prova ancora disperatamente a difendere. Fa quasi sorridere l’ironia involontaria del presidente Gianni Murano, che nel suo "Manifesto europeo" arriva a definire la raffinazione tradizionale come «parte della soluzione per la transizione». Sentir parlare di «raffinazione verde» o di «piattaforme industriali per i carburanti del futuro» per giustificare la sopravvivenza di impianti obsoleti è un esercizio di puro greenwashing. La vera sicurezza energetica si costruisce affrancandosi dai combustibili liquidi, non prolungandone l’agonia con operazioni di maquillage.














