«Il sacrificio di Daniele porta un messaggio: la donazione di organi è determinante per consentire a chi è malato di continuare a sperare». Qualiano, casa Cacciapuoti, qui viveva Daniele che s’è spento a fine giugno, sei mesi dopo un doppio trapianto atteso per decenni al quale era legato l’ultimo filo di speranza. Il trapianto, all’Ospedale delle Molinette a Torino, è riuscito perfettamente, a portarsi via il guerriero di Qualiano è stata una maledetta infezione che ha fiaccato la sua ultima resistenza.
In queste stanze ordinate e pulite si respirano dolore e gentilezza, si versano lacrime e si raccolgono messaggi d’affetto. E poi c’è quella lettera di addio che Daniele ha scritto prima d’entrare in ospedale, a Torino. Un lungo messaggio d’amore per la vita e per la famiglia: «C’è una parte finale di quella lettera che non abbiamo voluto diffondere - papà Alfredo ha finito le lacrime - sono le righe nelle quali racconta l’amore per la famiglia, mamma e papà, i fratelli, le cognate, il nipotino Pio. Sono parole che porteremo incise nel cuore per sempre». La lettera è stata postata sui social dal sindaco di Qualiano, Raffaele De Leonardis, che ha deciso di renderla pubblica, d'intesa con la famiglia, per dare spazio a una testimonianza di tenacia e gratitudine: un testamento d’amore. «Daniele era fatto così, sorridente, gentile, attento alle necessità degli altri, desideroso di condividere le gioie e anche le difficoltà», la cognata Marianna racconta e sorride: entri nell’accogliente casa di Qualiano e scopri una famiglia grande e unita dal dolore, ti ritrovi a ridere in mezzo alle lacrime, perché i racconti della sofferenza si intersecano con le memorie dei giorni gioiosi, quelli in cui: «Daniele non smetteva di fare battute e imitazioni e ti inseguiva dovunque per condividere la sua gioia immensa», lo dicono tutti in quella casa dove il lutto impone serrande abbassate, anche se Daniele non avrebbe voluto. Scardinare la corazza della famiglia Cacciapuoti è difficile. Un calvario lungo più di trent’anni, quelli della malattia, ha insegnato a nascondere, a ridimensionare, a spiegare che solo lui, Daniele, sapeva quant’era grande il peso che aveva sulle spalle.Però su tutto aleggia una certezza, una consapevolezza: «La morte di Daniele deve rappresentare il punto di partenza per un messaggio forte: la donazione degli organi deve crescere, deve riguardare tutti, perché quel gesto consente di regalare speranza, nuovi sogni e nuova vita a tante persone», è Nicola a parlare, un uomo ruvido che nasconde un cuore grande così, il quale scende in campo solo per lanciare questo messaggio che ritiene l’unica cosa importante di questa drammatica vicenda.Nicola, sotto lo sguardo colmo d’amore della fresca moglie Maria, spiega che lui con i giornalisti non vuole averci niente a che fare, ché la storia di Daniele non dev’essere materiale per fare notizia, però se si tratta di dare una mano al fronte della donazione d’organi, ricaccia indietro la ritrosia e dice «parlo io, questa cosa devo dirla io...». Pure mamma Anna chiede di non finire in primo piano. Parla sottovoce, ricorda minuto per minuto tutti i 32 anni di sofferenza, ogni data, ogni incontro con i medici; però quando la nuora Marianna inizia a raccontare della vivacità di Daniele, il volto triste si apre in un sorriso grande: la scuola di recitazione, l’imitazione del sacerdote, i campi scuola per i bimbi.Marianna è un fiume in piena, parla di Daniele al presente («Perché lui c’è ancora, c’è e ci sarà sempre»), ha sposato Domenico, il fratello al quale Daniele ha consegnato la lettera di addio prima di entrare in sala operatoria. Spiegano di non aver ancora parlato degli ultimi giorni, che quel tempo arriverà solo al momento giusto. Quando Domenico accetta di leggere la lettera di addio, nella casa di Qualiano il tempo resta sospeso. Singhiozzi e lacrime, anche se quelle parole le hanno lette e ascoltate già mille volte. Papà Alfredo ricorda con freddezza il giorno in cui ha saputo che Daniele sarebbe morto: «Nella sala dei colloqui con i medici è entrato il dottore con il volto basso. Noi tutti parenti dei ricoverati sapevamo che quello sguardo al pavimento significava che una famiglia sarebbe andata via in lacrime. Non pensavamo che sarebbe stato il nostro momento...».Mostrano i messaggi di medici e infermieri delle Molinette che avevano imparato ad amare Daniele e la sua famiglia che non l’ha lasciato mai, nemmeno un minuto. Poi tornano seri, severi, si perdono nei loro pensieri. Nicola, però, ha un guizzo: di fronte alla valanga di affetto che ha circondato Daniele sta pensando di creare qualcosa «forse una fondazione, un’associazione che possa dare conforto, assistenza, sostegno alle famiglie delle persone che aspettano un trapianto. Sarebbe bello farlo nel nome di Daniele».








