Duecentonovantacinque miliardi di dollari: è quanto la Cina ha appena deciso di versare nell’intelligenza artificiale nei prossimi cinque anni, con un piano statale che vale, da solo, più del Pil annuale di Paesi interi. Non è una start-up che cerca fondi, non è Sam Altman che fa il giro degli investitori: è uno Stato che mette il timbro su circa 59 miliardi l’anno di data center, chip, energia e ricerca, e lo fa con la freddezza di chi sta pianificando un’infrastruttura strategica, non un prodotto da vendere. E qui sta il punto che dovrebbe farci drizzare le antenne: l’intelligenza artificiale ha smesso di essere “roba della Silicon Valley” ed è diventata, ufficialmente, una questione di Stato. Anzi, di superpotenze. Perché il bello – o il preoccupante, dipende da come la guardi – è il tempismo. L’annuncio cinese arriva pochi giorni dopo che il governo degli Stati Uniti ha fatto una cosa che fino a ieri sembrava fantascienza: ha “spento” due modelli di Ia. Parliamo di Fable 5 e Mythos 5, i sistemi più avanzati di Anthropic (una delle aziende di punta del settore), messi offline in tutto il mondo non per un bug, ma per una direttiva d’emergenza sui controlli all’export.Tradotto: Washington ha trattato un software come se fosse un missile, vietandone la distribuzione a cittadini stranieri per timori di sicurezza nazionale legati proprio alla Cina. Ed ecco lo schema che si chiude: gli Usa chiudono il rubinetto, Pechino risponde aprendone uno gigantesco a casa propria. Se ti sembra una nuova corsa allo spazio, è perché lo è. Solo che stavolta non si gareggia per piantare una bandierina sulla Luna, ma per costruire i cervelli artificiali che decideranno chi comanderà l’economia, la difesa e l’informazione del prossimo decennio. La differenza tra i due contendenti, però, è sostanziosa e vale la pena capirla. Negli Stati Uniti l’Ia è finanziata soprattutto dai privati: Microsoft ha alzato la spesa prevista per il 2026 attorno ai 190 miliardi di dollari, Google naviga su cifre simili, e sono soldi che devono, prima o poi, rendere. Azionisti, trimestrali, profitti: il classico copione del capitalismo americano. La Cina, invece, gioca con capitale di Stato, che funziona con un altro orologio: può permettersi di perdere soldi per anni, di puntare sul lungo periodo, di muoversi compatta verso un obiettivo politico senza dover rispondere a nessun consiglio di amministrazione.È la differenza tra una flotta di velocisti e un maratoneta con le tasche infinite. E nessuna delle due strategie è banalmente “migliore” dell’altra. Nel mezzo, intanto, ci sono i governi che osservano e iniziano a fare i conti. Al G7 il tema è finito sul tavolo, e il primo ministro canadese Mark Carney ha detto ad alta voce quello che molti pensano sottovoce: dipendere da pochissimi fornitori, quasi tutti concentrati tra Stati Uniti e Cina, è un rischio. Per l’Europa è la domanda da un milione di dollari, anzi, da 295 miliardi: dove siamo, in tutto questo? La verità è che siamo soprattutto spettatori paganti, bravissimi a scrivere le regole (l’Ai Act europeo entra nella sua fase più seria proprio quest'estate) ma molto più indietro quando si tratta di costruire i data center e i modelli che quelle regole dovrebbero governare.Quando uno Stato decide che un’Ia è un’arma, e un altro decide di costruirne a camionate, stanno disegnando i confini invisibili del mondo digitale in cui ci muoviamo tutti, ogni giorno, spesso senza accorgercene. Il dato curioso, e un filo inquietante, è la velocità: fino a pochi anni fa l’idea di “spegnere” un’intelligenza artificiale per ragioni geopolitiche sarebbe stata materia da romanzo; oggi è una notizia di lunedì. E mentre le due superpotenze si studiano a colpi di miliardi e di divieti, un amministratore delegato cinese si è già preso la briga di promettere che il suo Paese eguaglierà i modelli americani più avanzati prima del previsto. Sfida raccolta, insomma.La domanda vera, quella da tenere d’occhio nei prossimi mesi, non è chi avrà il modello più potente – quello cambia ogni poche settimane – ma chi ne controllerà l’infrastruttura: l’energia, i chip, i centri di calcolo. Perché nell’era dell’intelligenza artificiale il potere non sta nell’algoritmo che vedi, ma nelle prese di corrente che non vedi. E in questo momento, su quelle prese, ci stanno mettendo le mani in due, dall’altra parte del mondo, mentre noi guardiamo lo schermo del telefono convinti che la rivoluzione sia tutta lì dentro.
Scontro tra potenze per controllare il futuro del mondo
Mentre Washington blocca i modelli di Anthropic per timori legati a Pechino, la Cina risponde con un piano statale da 295 miliardi di dollari. L’intelligenza ar








