Nell’editoriale del Corriere di domenica scorsa, 5 luglio, ho insistito su un particolare che mi sembrava trascurato nel dibattito degli ultimi tempi sulla transizione energetica. La decarbonizzazione non è soltanto indispensabile all’ambiente, ma rappresenta un fattore di competitività per le industrie. Chi resta indietro rischia di scomparire. La direzione di mercato nel mondo è quella e le resistenze italiane (troppe) con un’enfasi eccessiva sui costi della transizione sono una scelta suicida. Non solo pagheremo di più per i nostri ritardi, ma rischiamo anche di compromettere la competitività di quelle aziende - per fortuna non poche - che sono già all’avanguardia nella sfida della sostenibilità. Nell’analisi di domenica chi scrive ha trascurato, colpevolmente, un altro aspetto importante. Ed è quello dell’equità sociale. Enrico Giovannini, economista ed ex ministro nei governi Letta e Draghi, oggi direttore scientifico dell’ASviS, l’Alleanza per lo sviluppo sostenibile, ricorda che «i costi dell’adattamento alla crisi climatica sono molto superiori a quelli della mitigazione. A causa della stupidità di tanti in tutto il mondo, con il rallentamento delle politiche per la mitigazione ci toccherà pagare per ambedue. Una scelta sbagliata e spinta in gran parte dalle lobby fossili e da chi ha rifiutato per decenni le evidenze scientifiche. Sono i poveri a pagare molto di più la crisi climatica dei ricchi, in termini di danni alla salute e perdite di reddito».