Le barriere coralline subiscono fenomeni di sbiancamento dovuti al riscaldamento degli oceani. I ghiacciai si ritirano a ritmi accelerati. Siccità persistenti, inondazioni e incendi boschivi esercitano una pressione crescente su ecosistemi, città storiche e siti archeologici, fragili testimoni del clima che cambia. Secondo un’analisi condotta dall’Unesco, oltre un quarto dei siti del Patrimonio Mondiale, delle Riserve della biosfera e dei Geoparchi globali potrebbe raggiungere punti di svolta critici e potenzialmente irreversibili entro il 2050 se la traiettoria attuale non venisse invertita, minacciando anche le comunità che da essi dipendono. Uno scenario in cui il concetto stesso di patrimonio si evolve da una dimensione statica di conservazione a una condizione dinamica di esposizione al rischio.

La portata del fenomeno è evidente nella scala stessa dei siti coinvolti. Le aree riconosciute a livello internazionale si estendono su oltre 13 milioni di chilometri quadrati e includono più di 2.260 siti. In questi territori vivono circa 900 milioni di persone, circa il 10% della popolazione mondiale.

Incrociando i dati sulla produzione economica tra i siti Unesco e le aree circostanti, si stima che circa il 10% del Pil globale sia generato in queste zone. Inoltre, immagazzinano quasi 240 gigatonnellate di carbonio nella biomassa, nei suoli e nei sedimenti, l’equivalente di oltre due decenni di emissioni mondiali derivanti dai combustibili fossili. “Nel loro insieme, costituiscono il quadro più ambizioso al mondo per la conservazione della natura e del patrimonio dell’umanità”, osserva Khaled El-Enany, direttore generale dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. Ciononostante, il 90% dei siti è esposto a un elevato rischio di stress ambientale e il 98% ha subito almeno una condizione climatica estrema dal 2000.