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Negli ultimi giorni il prezzo del petrolio è tornato ai livelli di prima della guerra in Medio Oriente. Il 27 febbraio, un giorno prima che Stati Uniti e Israele attaccassero l’Iran, il prezzo del Brent, uno dei principali indici del greggio, era di 71,9 dollari al barile; lunedì mattina era di 71,8 dollari. Già questo da solo è un rivolgimento su cui praticamente nessuno avrebbe scommesso fino a poche settimane fa. Ma c’è di più: per quanto possa sembrare paradossale, in questo momento sui mercati c’è troppo petrolio.
La spiegazione di quello che sta succedendo è relativamente semplice: ad appena venti giorni dall’accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran che ha riaperto lo stretto di Hormuz, l’offerta di petrolio sui mercati è diventata molto più ampia della domanda (Bloomberg ha scritto che l’offerta ha «travolto» la domanda) e di conseguenza i prezzi sono calati. Il modo in cui siamo arrivati a questa situazione è però complesso e sorprendente.
La crisi energetica che il mondo ha affrontato nei mesi della guerra in Medio Oriente è stata davvero la peggiore della storia recente. L’Agenzia internazionale dell’energia disse che quella provocata dalla chiusura dello stretto di Hormuz era la crisi peggiore di sempre per il mercato petrolifero globale. Il 30 aprile il prezzo del petrolio Brent ha raggiunto il suo picco: 126 dollari al barile, il massimo dalla precedente crisi del 2022.








