Nelle ultime ore il prezzo del petrolio è tornato per la prima volta vicinissimo ai livelli di prima dell’inizio della guerra in Medio Oriente, a fine febbraio. Le due principali quotazioni – WTI e Brent – sono scese rispettivamente a 69,5 e 72,6 dollari al barile: prima della guerra erano a 67 e 72,5 dollari.
Il calo è stato dovuto all’effettiva, seppure ancora limitata, ripresa del traffico marittimo attraverso lo stretto di Hormuz e alla decisione statunitense di sospendere le sanzioni sul petrolio iraniano. Entrambe sono state conseguenze del memorandum d’intesa firmato da Stati Uniti e Iran il 18 giugno con l’obiettivo di negoziare un accordo di pace. Ci sono comunque alcune cautele da considerare.
Il traffico nello stretto di Hormuz, ricominciato dopo che gli Stati Uniti hanno interrotto il loro blocco navale, non è tornato ancora ai livelli di prima. Mercoledì dallo stretto sono passate 31 navi commerciali, contro il centinaio di prima della guerra. Il segretario dell’Energia statunitense Chris Wright ha sostenuto che tra martedì e mercoledì siano passate 72 navi con a bordo 20 milioni di barili, un quinto del consumo giornaliero globale.
L’andamento del WTI (da investing.com)
L’analista Francis Osborne ha detto al Financial Times che, anche se le quotazioni del petrolio stanno tornando alla normalità, «non tengono conto dei rischi nel futuro meno immediato, che rimangono molto reali». Una delle principali cautele è che le quotazioni che stiamo guardando sono quelle a cui viene venduto il petrolio ora: anche se si attestassero, le scorte ordinate in questi mesi dai paesi verranno comunque pagate al prezzo precedente, molto più alto. Il picco è stato a marzo: 120 dollari al barile.









