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Venerdì il prezzo del petrolio sul mercato internazionale ha raggiunto il livello più alto dell’ultimo mese, in conseguenza dell’intensificarsi degli attacchi reciproci tra Iran e Stati Uniti. Il Brent, la quotazione per il mercato europeo, è salito di oltre il 4 per cento e ha raggiunto gli 88 dollari al barile; il WTI, la quotazione per il mercato statunitense, è salito di oltre il 3 per cento e ha raggiunto gli 82 dollari al barile.
Sono cifre di molto inferiori al picco nella prima fase della guerra, tra marzo e aprile, quando il prezzo del petrolio al barile era quasi di 120 dollari. Ma segnalano una risposta dei mercati agli ultimi sviluppi della guerra in Medio Oriente, che hanno riportato la situazione indietro di diversi mesi: il cessate il fuoco di aprile sembra definitivamente saltato, i negoziati sono fermi (anche per via della dura opposizione della parte più intransigente del regime) e lo stretto di Hormuz è chiuso sia dagli Stati Uniti che dall’Iran.
La notte tra venerdì e sabato è stata la settima notte consecutiva di bombardamenti statunitensi ad ampio raggio sull’Iran. C’erano già stati attacchi sporadici negli ultimi mesi, ma erano stati perlopiù mirati a obiettivi militari vicino allo stretto di Hormuz: sistemi di difesa aerea, radar costieri, siti missilistici e di droni. Ora gli Stati Uniti sono tornati a colpire ponti, ferrovie e altre infrastrutture civili, con lo scopo di fare pressione sul regime iraniano e spingerlo a scendere a compromessi nei negoziati. Finora non ha funzionato.






