Il turismo porta persone, l’export porta reddito. È da qui che bisogna partire se si vuole ragionare seriamente sul futuro economico della Calabria, senza cadere né nella propaganda né nel piagnisteo.
Il turismo può essere una semplice cartolina, buona per riempire qualche settimana d’estate, moltiplicare B&B, bar, ristoranti e lidi balneari. Oppure può diventare qualcosa di molto più importante: un biglietto di presentazione della Calabria nel mondo, il primo passo di una strategia capace di generare ricchezza vera.
Perché se un turista arriva a Tropea, a Scilla, a Capo Vaticano, in Sila o nei borghi dell’entroterra, si gode il mare, scatta fotografie, mangia bene e poi torna a casa senza più alcun legame con questo territorio, il turismo resta consumo momentaneo. Ma se quello stesso turista scopre la cipolla rossa di Tropea, la ‘nduja, l’olio calabrese, il vino, il tonno, i formaggi, il peperoncino, il bergamotto e continua a comprarli anche dopo la vacanza, allora il turismo diventa un volano.
La differenza tra presenze e ricchezza
La Calabria non deve limitarsi a contare gli arrivi. I numeri del turismo sono importanti, ma non bastano. Una regione non diventa strutturalmente più ricca soltanto perché aumentano le presenze negli alberghi o perché si riempiono le spiagge nei mesi estivi.









