Dove si ferma? Quando finirà l'escalation? Sono domande che rimbalzano nei corridoi di Palazzo Chigi, nel day after dell'ultimo affondo personale, questa volta tinto di sessismo, di Donald Trump contro Giorgia Meloni. La premier si confronta già nella notte con Antonio Tajani al telefono. E di nuovo squillano i telefoni al mattino. Dopo la risposta in video della penultima volta, stavolta la scelta è di ignorare il dileggio, la richiesta di "un ordine restrittivo". È la linea che Meloni stessa impartisce ai suoi, dopo un confronto con i suoi consiglieri. «Adesso basta. Non intendo tornarci sopra». Dietro un silenzio che rompe i timpani si celano anche timori e sospetti del governo italiano verso l'ex alleato Donald. Irrefrenabile, incontrollabile. E che, come tutti sanno, è capace di ben altro. Non è ancora finita.

I timori Raccontano che da diversi mesi la presidente del Consiglio si mantenga estremamente prudente nei messaggi scambiati con il capo della Casa Bianca. Ormai un lontano ricordo. Anche per evitare - come del resto già capitato in passato con altri leader europei - che lo stesso Trump pubblichi gli screenshot su Truth, magari cogliendo la palla al balzo per gettare di nuovo fango sull'Italia e la sua presidente. Di qui la linea, che Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario con delega al programma, estende ai vertici del governo e di Fratelli d'Italia: nessuno parli. Guai a dare un altro assist al lunatico inquilino dello Studio Ovale. Parla solo Guido Crosetto, a Sky Tg24, così viene deciso. E fra le righe il ministro della Difesa e cofondatore di FdI parla chiaro e lancia qualche messaggio dall'altra parte dell'Oceano. Come quando in serata viene interrogato sul Purl, il programma di acquisto di armi americane da trasferire all'Ucraina in guerra. Come è ormai noto l'Italia non parteciperà al programma. Ma Crosetto aggiunge un dettaglio che dà il polso del clima in queste ore. «Il Purl è un aiuto all'Ucraina decidendo di acquistare materiale americano - spiega il titolare della Difesa, oggi atteso ad Ankara con Meloni e Tajani - invece io non dò i missili di difesa americani, ma darò gli Aster che sono prodotti da Mba, un'azienda italiana e francese». Make Europe great again. Vale la pena soffermarsi sul Purl, questione solo apparentemente tecnica, perché il no italiano a questo programma plurimiliardario di acquisto di armi americane - che fanno ricche le aziende e gli imprenditori amici di Trump - è una delle ragioni dietro al grande gelo calato tra Roma e Washington. Insieme ovviamente al rifiuto del governo Meloni di partecipare alle operazioni di guerra in Iran e al diniego all'atterraggio dei bombardieri Usa a Sigonella. Trump sarà anche «fuori di testa» come l'altra notte più di un ministro, accorso a "consolare" la premier per l'offesa subita, ha messo a verbale. Eppure con grande lucidità, ne sono convinti a Roma, tiene conto delle presunte "mancanze" dei suoi alleati. Dai quali, ha detto alla vigilia del vertice Nato in Turchia, pretende nient'altro che «lealtà». Cioè obbedienza. Al timore di rappresaglie si aggiunge, si diceva, un sospetto. Che il cannoneggiamento di Trump ai governi europei celi il sostegno alla nuova ondata di estrema destra nel Vecchio Continente. Incluso Roberto Vannacci, il leader di Futuro Nazionale: l'invito alla festa del 2 luglio all'ambasciata americana a Roma non è passato inosservato. Ed ecco montare il dubbio: non sarà che gli americani stanno "agganciando" il generale di Futuro Nazionale, più congeniale in questa fase alla fronda Maga a Washington? Solo ombre, per ora. Dopo il duello frontale da una stanzina del Consiglio europeo di giugno, il botta e risposta social, la presidente del Consiglio ha imposto una brusca virata di strategia: «Non replichiamo più, non è all'altezza del nostro incarico».Le incognite alla cena Fosse facile ignorare l'elefante Trump nella cristalleria di Ankara, questa sera, dove i trentadue leader dell'Alleanza Atlantica sono attesi a cena nel Bestepe, il monumentale complesso presidenziale di Erdogan. Un anno fa la diplomazia italiana rivendicò con orgoglio il tavolo "regale" concesso a Meloni all'Aja, seduta a fianco di Trump, Erdogan e del segretario generale della Nato Mark Rutte. Oggi, quando il cerimoniale turco rivelerà la disposizione dei commensali, c'è da scommettere che qualcuno tratterrà il fiato nella delegazione italiana. Con annessi scongiuri affinché la premier sia a distanza di sicurezza da una photo opportunity ritenuta pericolosa. «Andiamo ad Ankara a testa alta» spiega chi fino all'ultimo ha lavorato con Meloni al vertice e alle cifre portate "in dote": 2,8 per cento del Pil impegnato nella Difesa. Con qualche caveat. Dal governo esultano per l'inserimento, nella dichiarazione finale, di un riferimento all' «impegno sovrano» per raggiungere i nuovi obiettivi Nato i prossimi anni. Deciderà il Parlamento. Non Trump. Da cui Meloni resterà distante quanto basta, qui ad Ankara. Senza bisogno di ordini restrittivi.