In vista del delicato vertice Nato di stasera ad Ankara, con tutte le incognite e le preoccupazioni legate all’imprevedibilità e direi anche all’instabilità di Donald Trump, c’è almeno un punto fermo da cui non si può prescindere: l’Ucraina ha conquistato l’iniziativa e una posizione di crescente vantaggio nei confronti della Russia. Su questo, la stampa internazionale è ormai sostanzialmente unanime, con le sole eccezioni dei talk show italiani e della televisione russa (ma su quest’ultima, non conoscendo il russo, non mi sentirei di mettere la mano sul fuoco). «Oggi credo che la vittoria in questa guerra appartenga a chi è più intelligente», dice il presidente ucraino Volodymyr Zelensky al Financial Times. «Se si ferma il nemico sul campo di battaglia, se si pone fine alla guerra sulla terraferma e se gli si nega il dominio in mare — come abbiamo fatto noi con i nostri droni navali, allontanando la flotta russa — allora il prossimo campo di battaglia diventa il cielo».
In realtà, la guerra si è già spostata largamente nei cieli, è diventata la guerra dei droni, come ha raccontato Cecilia Sala in un breve e bellissimo reportage uscito pochi giorni fa, che spiega anche le ragioni sociali e culturali del salto tecnologico (ma anche politico e militare, e prima ancora generazionale) che ha consentito all’Ucraina di resistere al voltafaccia americano e alle esitazioni europee, inventando e producendo da sé quasi tutto quello di cui aveva bisogno per difendersi e contrattaccare (e spiega anche perché lo sclerotizzato regime putiniano ben difficilmente potrà tenere il passo). Nella stessa intervista al Financial Times, Zelensky si dice convinto che ormai anche Trump guardi il conflitto sotto una luce nuova. «Trump vuole essere dov’è il successo», dice. «Questo dipende da molti fattori, non solo dalla sua personalità, ma anche dalle imminenti elezioni, dal suo status e dalla sua convinzione su come questa guerra possa essere conclusa».








