Pavia. È morto il 6 luglio Ernesto Burgio, medico pediatra, ricercatore e tra i più noti divulgatori italiani di epigenetica e medicina ambientale. Burgio era palermitano, ma una parte importante della sua storia passava da Pavia. Qui si era laureato in Medicina e chirurgia nel 1977 e qui affondavano le radici familiari e scientifiche: era figlio di Roberto Burgio, il professore che per 24 anni ha diretto la Clinica pediatrica del San Matteo, contribuendo a fare della scuola pediatrica pavese un punto di riferimento nazionale. Gli studi Ernesto Burgio si era poi specializzato in Clinica pediatrica all’Università di Firenze nel 1980. Da quella formazione medica aveva costruito un percorso originale, sempre più orientato verso la biologia molecolare, la genetica e soprattutto l’epigenetica, cioè lo studio del modo in cui l’ambiente può incidere sull’espressione dei geni. Era questo il centro della sua attività scientifica e divulgativa: spiegare che il Dna non è un destino immobile, ma un sistema in dialogo continuo con ciò che lo circonda. La sua visione Per Burgio, inquinamento, sostanze tossiche, stress e condizioni di vita non erano fattori esterni alla medicina. Erano parte della storia biologica delle persone, soprattutto dei bambini. Da qui il suo interesse per la carcinogenesi ambientale, per i tumori infantili, per il neurosviluppo e per le origini fetali delle malattie. Considerava decisivi la gravidanza e i primi anni di vita, perché in quella fase l’organismo è più vulnerabile e può subire effetti destinati a manifestarsi anche molto tempo dopo. La prevenzione, nella sua visione, non coincideva solo con la diagnosi precoce. Significava ridurre le esposizioni dannose, proteggere l’ambiente, intervenire prima che il danno si trasformasse in malattia. Una posizione che lo ha reso una voce riconoscibile nel dibattito sulla medicina ambientale, spesso ascoltata da associazioni, famiglie e comunità locali, ma anche discussa per il carattere controcorrente di alcune sue posizioni. Il suo nome è stato legato a lungo a Isde, di cui è stato presidente del comitato scientifico, e all’European Cancer and Environment Research Institute di Bruxelles, nel cui consiglio scientifico ha lavorato. Aveva collaborato anche con reti e gruppi impegnati sui temi della salute infantile, dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. Nella sua biografia c’è anche l’esperienza come pediatra missionario in Paesi africani e in Romania. Un capitolo che restituisce il senso del suo percorso: una medicina intesa non solo come cura individuale, ma come responsabilità sociale.