Da una parte Giuseppe Conte, convinto che Fratelli d’Italia voglia lucrare sulla gestione della pandemia Covid per la campagna elettorale delle politiche 2027. “Sono pronto a dimettermi, ma poi voglio rientrare in commissione perché devo mettere la mia firma sulla relazione che smonterà le loro falsità”, dice Conte ad Huffpost.
Contro di lui è schierato il partito della premier, convinto che Conte voglia usare la commissione “come scudo per evitare di rispondere delle sue responsabilità davanti agli italiani". Regolamenti parlamentari e inchieste si intrecciano nell’ultimo caso affrontato dalla commissione bicamerale d’inchiesta sul Covid. Un caso che ruota intorno al nome di Luca Di Donna, e riguarda le forniture di mascherine e presidi sanitari.
Secondo Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera dei Fratelli, in commissione è emerso un "sistema con molte opacità, in cui per ottenere commesse su mascherine e tamponi dalla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri sarebbe stato necessario prima pagare pseudo ‘consulenze’ agli avvocati, ex colleghi dello studio di Giuseppe Conte".
Come ha riferito Alice Buonguerrieri, capogruppo di FdI in commissione, alcuni imprenditori sarebbero stati avvicinati da Di Donna che avrebbe richiesto loro cifre ingenti per procurare commesse con la struttura commissariale. Uno di questi imprenditori è Marco Spadaccioli, general manager per l’Italia della società Adaltis, impresa che si occupa di apparecchiature e reagenti per la diagnostica in vitro. Spadaccioli è stato audito dalla commissione l’8 giugno scorso ed ha riferito che 454mila euro sono “stati pagati” dalla sua società “solamente per l'attività di controllo dei documenti prima di caricarli e per la lettera” che lo studio Alpa, presso cui lavorava Di Donna, ha scritto quando l’azienda non riceveva l'incasso. “Non vedo altre attività oltre a queste”.













