Gioele Dix riparte dall’Iliade, ma non dalla battaglia. Il punto di partenza di Ettore e Andromaca che non volevano la guerra, in prima nazionale martedì 7 luglio alle 21.30 nell’area archeologica di Veleia Romana, è l’incontro sulle mura di Troia tra Ettore, Andromaca e il piccolo Astianatte: una delle scene in cui il poema lascia intravedere, dietro l’eroe, l’uomo che sta per perdere tutto.

Lo spettacolo arriva dentro l’edizione 2026 del Festival di Teatro Antico di Veleia, diretto da Paola Pedrazzini, aperto il 19 giugno con la Medea di Leonardo Lidi insieme ai giovani attori del progetto Bottega XNL – Fare Teatro. Il festival prosegue fino al 22 luglio tra Veleia Romana, Castell’Arquato, Vigoleno e Castelnuovo Fogliani, in una rete di collaborazioni che affianca alla sinergia con XNL Piacenza il dialogo con il Festival Illica e il contributo di realtà come ATER Fondazione, Filarmonica Arturo Toscanini e Cineteca di Bologna.

In questo spettacolo lei guarda all’Iliade dalla parte di chi la guerra la subisce, anche negli affetti più intimi. Che cosa l’ha attratta proprio nell’incontro tra Ettore, Andromaca e Astianatte?

Negli anni ho già fatto alcune incursioni nella grecità. Ho lavorato su Edipo e poi su Odisseo, soprattutto nel rapporto con Telemaco: la ricerca di un padre ingombrante e assente, capace di segnare la vita dei figli anche quando non c’è. Questa volta sono tornato a un episodio che ricordavo dai tempi della scuola. All’inizio qualcuno mi aveva detto: guarda che su Ettore e Andromaca non c’è poi molto. In realtà, approfondendo, ho trovato moltissimo materiale. Ettore è un grande eroe, naturalmente, ma non vorrebbe sostenere fino in fondo il peso di quel ruolo. Va a combattere perché deve farlo, e qui si apre la contraddizione: nell’etica antica il suo primo dovere sarebbe difendere la stirpe, il figlio, la famiglia. Ma il modo peggiore per difenderli è farsi uccidere, perché significa lasciare figli orfani e mogli vedove.