L'ayatollah Shirazi: "Puniremo chi lo ha ucciso. La guerra continua". Lacrime dei tre figli (Mojtaba non c'è)
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Non ci sono solamente gli striscioni che invocano la morte di Donald Trump. Nel secondo giorno di cerimonie funebri per l'uccisione dell'ayatollah Ali Khamenei e degli altri 4 membri della famiglia nei raid americani del 28 febbraio, a Teheran anche la folla scandisce i cori «uccidete Trump» e «uccidete Bibi», riferiti al presidente americano e al premier israeliano Netanyahu. Sostenuta dall'intervento di uno degli oratori, il poeta Mohammad Rasouli, la marea umana riunita per l'addio all'ex Guida Suprema plaude alla domanda anti-tycoon: «Come mai l'uomo più bastardo del mondo è ancora vivo?». Seguono nuove minacce al presidente americano via altoparlante: «Il mondo non è più un buon posto per Trump».Tra i presenti ieri, oltre al presidente Pezehskian, al leader del Parlamento Ghalibaf che guida le trattative iraniane con gli Stati Uniti, al capo dei pasdaran Vahidi e al capo della magistratura Mohseni Ejei, c'erano anche tre dei sei figli di Khamenei senior: Mostafa, Meysam e Masoud, in lacrime per la morte non solo di Khamenei padre ma anche della figlia Boshra, loro sorella, della nipotina di 14 mesi Zahra, del genero di Khamenei, Mesbaholhoda Bagheri (marito di Hoda, un'altra figlia dell'ex leader) e di Zahra Hadad Adel, moglie dell'attuale Guida Suprema Mojtaba Khamenei. Il grande assente è ancora lui: Mojtaba, figlio e successore alla guida della Repubblica islamica, ferito dalle bombe americane e israeliane quel 28 febbraio di guerra e mai apparso in pubblico finora.Tutta la giornata è stata scandita da messaggi di orgoglio nazionalista, di vendetta e rivalsa nei confronti di Stati Uniti e Israele. L'ayatollah Makarem Shirazi promette una punizione «giusta e divina» nei confronti dei responsabili dell'uccisione dell'ex capo di Stato iraniano. Per il capo-negoziatore Ghalibaf «la nazione orgogliosa e invincibile dell'Iran ha testimoniato all'unanimità per il suo martire» e «si è sollevata all'unisono, gridando dal profondo del cuore: «Oh vendicatori di Al-Hussein», dice riferendosi a una delle grandi figure dello sciismo. Vendetta è la parola che ricorre.Anche se si sta lavorando al secondo round di colloqui fra Usa e Iran, secondo indiscrezioni l'11 luglio in Pakistan o in Svizzera, per Ghalibaf «non c'è pace» tra la Repubblica islamica e gli Stati Uniti e Teheran non riconoscerà Israele. «Abbiamo sottolineato alla parte americana che la tutela dell'integrità territoriale dei Paesi della regione e la fine della guerra contro i nostri alleati devono far parte dell'intesa» ha dichiarato il presidente del Parlamento iraniano. Anche il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ha ribadito il sostegno a Yemen, Libano e Palestina, mentre un portavoce delle forze armate ha definito la tregua «una opportunità per migliorare le capacità di combattimento».










