Il 26 febbraio Gianni Infantino ha festeggiato i suoi primi dieci anni da presidente della Fifa. Lui nato in Svizzera da genitori di Reggio Calabria e Brescia, arrivato a confrontarsi con i potenti del globo. Il grande capo del calcio mondiale. Ormai ospite fisso alla Casa Bianca, amico personale di Donald Trump e degli Stati Uniti, rapporto così stretto da rendere sospettoso il provvedimento (quasi) unico nella storia dei Mondiali sul congelamento della squalifica dell’attaccante Folarin Balogun, espulso nella partita dei sedicesimi contro la Bosnia, squalificato per una giornata come da regolamento, eppure oggi in campo nell’ottavo con il Belgio. E tanto stretto da trasferire tre anni fa alcuni dipartimenti Fifa dalla sede storica di Zurigo in Svizzera a Miami, Florida. La scorsa estate ha poi aperto un nuovo ufficio di rappresentanza a New York, proprio nella Trump Tower. Lì è stato esposto il trofeo della Coppa del Mondo, che il 19 luglio The Donald consegnerà alla nazionale vincitrice del torneo. E il premio della pace? Trump sperava nel Nobel che non è arrivato. Infantino aveva pronto il piano B: il premio di consolazione, il riconoscimento speciale della fifa per la pace.
Ecco la relazione tra i due, sempre più stretta. Ma prima Infantino ha avuto un legame di stima con Vladimir Putin, e ancora con gli emiri del Qatar e quelli dell’Arabia Saudita. Il presidente della Fifa, l’amico dei potenti. Pronto a piegarsi ai loro interessi?









