L’Italia è uno dei pochi paesi europei dove l’educazione sessuale e affettiva non è obbligatoria per legge. Dal 1975 a oggi sono state presentate più di trenta proposte in parlamento per introdurla in modo sistematico, senza che nessuna fosse approvata.
Quando si fa, è a macchia di leopardo ed è affidata quasi sempre ad associazioni, con percorsi molto diversi anche tra scuole della stessa città. Di solito le attività tendono a concentrarsi sull’anatomia e la prevenzione di gravidanze indesiderate, trascurando la sfera emotiva, le relazioni e la libertà individuale – un’impostazione ormai superata. E se si organizza qualcosa, spesso ci si scontra con la resistenza degli insegnanti, che non vogliono rinunciare alle proprie ore, o dei genitori, preoccupati per i contenuti.
Questo quadro già difficile ora si è complicato ulteriormente, perché il 4 giugno è diventato legge il cosiddetto ddl Valditara. La norma fa scattare un divieto assoluto per la scuola dell’infanzia e primaria: non si può svolgere nessun progetto di educazione sessuo-affettiva. Alla secondaria serve un accordo scritto dei genitori (o degli studenti, se maggiorenni), che devono poter accedere ai materiali almeno una settimana prima degli incontri. Non hanno bisogno di questi passaggi l’educazione al rispetto, le lezioni di biologia (nel programma di scienze) e i moduli sulle malattie sessualmente trasmissibili.






