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Il kalashnikov torna a ruggire: è circa mezzanotte e mezza quando la scarica dei trenta colpi viene esplosa contro il bar Cheri di via Ignazio Mormino allo Zen. Il locale è ormai nel mirino di Cosa nostra, che da tre settimane ha dato il via a una escalation mirata contro l’attività che non si sarebbe piegata alle richieste di pizzo.La raffica ha mandato in frantumi la vetrata laterale, poi sostituita dopo i rilievi della polizia scientifica, che ha transennato la zona per eseguire le analisi sulle traiettorie dei proiettili e repertare i bossoli trovati a terra.È il terzo episodio in appena tre settimane: il 17 giugno, davanti al bar, erano stati piazzati un petardo, alcune bottiglie contenenti benzina e un foglietto con la richiesta inequivocabile di pizzo: «5000», come gli euro da corrispondere a titolo di «messa a posto». Appena una settimana dopo, il 24 giugno, una nuova intimidazione: alcuni giovani appiccarono il fuoco ai condizionatori esterni del bar. Sul posto erano intervenuti vigili del fuoco e polizia, che avevano acquisito le immagini dei sistemi di videosorveglianza. Adesso il salto di qualità, con l’uso dell’Ak-47.

Un segnale pesante, in scia a raid e minacce registrate negli ultimi mesi tra la città e la costa occidentale, da Sferracavallo a Capaci. Il messaggio lanciato dagli emissari del mandamento mafioso di Tommaso Natale San Lorenzo è chiaro: bisogna pagare, «con le buone o con le cattive», come disse nel 2022 il mafioso della Marinella Domenico Ciaramitaro, in una conversazione con Francesco Stagno e Mariano Lo Iacono, intercettata con le ambientali dai carabinieri. I tre parlavano proprio del bar Cheri insieme a Antonino Mazza, altro sodale della famiglia mafiosa del mandamento Tommaso Natale San Lorenzo.Oggetto della discussione fra i tre, che avevano appena finito di parlare con un altro imprenditore che aveva trattato la sua messa a posto, era l’onore della famiglia mafiosa: non potevano accettare che i titolari del locale non corrispondessero l’obolo che si sarebbe poi dovuto destinare alle famiglie dei carcerati. Mazza però avvisava Stagno: «Quelli sono quattro cani abbandonati, vedi che sono sbirri questi...». Ma Ciaramitaro incalzava, sostenuto anche da Mariano Lo Iacono: «Ci sono i carcerati che devono mangiare..».L'articolo completo sul Giornale di Sicilia in edicola oggi e in edizione digitale