E’ grande quanto una capocchia di spillo (meno di un decimo di millimetro quadrato), ed è capace di trasmettere dati dall’interno del cervello, senza fili, senza batterie ingombranti e senza bisogno di essere orientata con precisione verso il ricevitore. È la micro antenna descritta su Science Advances dairicercatori dei Dipartimenti di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze e di Ingegneria Enzo Ferrari dell'Università di Modena e Reggio Emilia, insieme a quelli dell'Università di Glasgow e della Sissa di Trieste. Il suo obiettivo è quello di monitorare quello che accade dentro il cervello, aprendo nuove prospettive nella diagnosi e nel trattamento di malattie neurodegenerative come epilessia e Parkinson.

Come "parlare" con un impianto nel cervello

Gli impianti bioelettronici, come per esempio gli elettrodi per la stimolazione cerebrale profonda, o i sensori per il monitoraggio dell'attività neurale, hanno da sempre un problema: la trasmissione di dati all’esterno senza fili che attraversino la pelle e le ossa del cranio, un fattore che aumenterebbe il rischio di infezioni. Le soluzioni oggi disponibili funzionano solo in parte: l’accoppiamento induttivo, che sfrutta l’induzione elettromagnetica, funziona solo se il dispositivo interno e quello esterno si trovano a pochi centimetri di distanza e sono ben allineati. I link a ultrasuoni, basati sul trasferimento acustico, perdono efficacia quando i segnali attraversano l’osso e il tessuto molle. I canali ottici devono avere una linea di vista diretta. Le antenne elettromagnetiche classiche, infine, anche quando sono sufficientemente miniaturizzate per un impianto, perdono efficienza e scaldano il tessuto circostante.