Il profumo non è solo un gingillo superfluo per signore. L’implacabile società dei consumi ha industrializzato e desacralizzato anche questodi Claudia Gualdanadomenica 5 luglio 20264' di letturaIl profumo non è solo un gingillo superfluo per signore. Spiace doverlo ricordare, ma c’è da farlo perché l’implacabile società dei consumi ha industrializzato e desacralizzato anche questo. È ben triste. Perché il profumo dice, da sempre, la soavità impalpabile della divinità. Sicché, sfidando il milieu paganeggiante di Il profumo degli dei. Fragranze del Mediterraneo antico di Silvia Ferrara e Laura Bellinato (Il Mulino, p. 192, € 16) che, come suggerisce il titolo, si muove nell’orbita dell’Ellade, in particolare delle civiltà minoica e micenea, bisogna ammettere che leggendolo, fin dalle prime pagine, può capitare che riemerga dalla memoria un passo de I Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Il più giovane e puro dei fratelli, Alesa, seguiva una guida spirituale amatissima, lo starec Zosima, che un giorno, come accade a tutti, purtroppo morì. Alesa fu molto turbato pregando al cospetto della salma. Aveva avvertito che persino il corpo di quel sant’uomo non olezzava di rose e di gigli, poiché soggetto agli insulti che il trapasso infligge alla carne: polvere sei, polvere tornerai. E quindi il suo maestro forse non era un perfetto del Signore.Il profumo è infatti la cifra dei santi, le cui spoglie integre rammentano che un’anima pura preserva anche il corpo dalla putredine. Per i figli del secolo è invece un rimedio alle scorie della fatica, della travagliata quotidianità della carne viva: l’antitesi del memento mori. Oggi come allora. Perciò non v’è funzione religiosa che non contempli la combustione di essenze e questo ha un significato mistico qui rivelato indirettamente. Gli incensi sugli altari sono lì a testimoniarlo, non solo nel cattolicesimo, anche nel buddismo per esempio. I “nasi” più raffinati di questo nostro tempo plebeo, che elaborano profumi di nicchia costosissimi, ne formulano alcuni a base di incenso. Non è un caso, quindi, che il corpo sconfitto degli eroi omerici caduti in battaglia fosse cosparso di olio profumato. Stiamo parlando di un’antichità – della nostra antichità – vecchia di millenni che ancora bussa alla nostra porta. Lo fa con questa prima informazione: il profumo del mondo antico non era un’essenza volatile prodotta con alambicchi, che erano di là da venire. La civiltà minoica – quella di Creta, per intenderci – macerava petali, foglie e radici nell’olio d’oliva. E i maestri profumieri erano uomini importanti, che vivevano a corte, accanto al Re, svolgendo in modo alchimistico, quasi magico, una professione giudicata importante.Leggendo il libro di Ferrara e Bellinato si colgono a ogni pagina i passi concreti che le due hanno mosso in quelle campagne cosparse di una vegetazione tanto cara ai filosofi – e come non pensare al libro di Teofrasto sui profumi? È una pietra miliare del genere. Ma le studiose sono andate molto più a ritroso nel tempo, a quando non c’erano ancora le discussioni filosofiche dei fisiologi e il paradosso di Zenone neanche era stato lontanamente ipotizzato. Hanno letto i nomi dei maghi delle essenze sulle tavolette d’argilla, studiato le ricette, i recipienti, le lunghe e delicate fasi della creazione di unguenti preziosissimi.