Aglio, sudore, benzina, metallo: la profumeria artistica oggi non cerca approvazione, ma attenzione. E trasforma l’odore in un atto culturale che parla di corpo, potere e immaginazione

di Laura Taccani

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C’è un bellissimo passo in Albertine scomparsa, in cui Proust scrive: “Lasciamo le belle donne agli uomini senza immaginazione”. Trasposta sul piano olfattivo, questa frase intercetta una delle tendenze più attuali della profumeria artistica, che alle fragranze classicamente “buone” preferisce costruzioni a cui invece non interessa piacere o tantomeno rassicurare. È una recherche che mette in scena l’inquietudine pungolando l’olfatto con note metalliche, aspre, animali. I sillage si aprono così a ingredienti inattesi, come l’aglio o i richiami medicinali, facendosi gesto culturale che chiede attenzione più che approvazione.

In Italia Calé distribuisce molte realtà interessanti, facendo scouting da anni tra i creatori capaci di spingersi oltre i confini convenzionali. Il fondatore, Silvio Levi, traccia una linea di demarcazione sul terreno di queste sperimentazioni: “Odori vicini al sudore o allo sterco sono sempre stati presenti nelle composizioni, soprattutto in sostanze di derivazione animale come lo zibetto, il castoreum o l’ambra grigia. Anche fiori bianchi come gelsomino e tuberosa hanno sentori che richiamano quelli dello scatolo, molecola percepibile negli spurghi fognari. La differenza è che prima questi elementi venivano dosati con garbo, ora invece, la tendenza è non mitigarli. Da una parte è successo che il Covid ci abbia resi più consapevoli del ruolo che hanno gli odori nel quotidiano, ma va anche detto che oggi c’è un bisogno spasmodico di sottolineare che si è capaci di osare, a volte a costo di messaggi un po’ urlati”. Peraltro, la questione non riguarda solo gli appassionati della profumeria di nicchia: il diritto a un odore scomodo sottende dinamiche più ampie. È un tema importante, recentemente approfondito dal magazine britannico Dazed, secondo il quale gli stessi richiami olfattivi da sempre utilizzati per marginalizzare corpi ritenuti “subalterni”, come sudore o benzina, vengono percepiti come concettuali se indossati da chi è in una posizione privilegiata.