Da quando la tregua tra Stati Uniti e Iran ha allentato la tensione, gli Stati del Golfo stanno cercando di riconquistare qualcosa che il petrolio da solo non può comprare, la fiducia degli investitori stranieri. Solo dieci giorni fa Riad ha aperto un portale digitale che permette per la prima volta di comprare immobili nel regno a chi viene da fuori. L'ultima, in ordine di tempo, di una serie di misure lanciate in queste settimane anche da Kuwait e Oman per attrarre residenti, business e capitali. Sono segnali rivolti a un pubblico più ampio dei soli investitori istituzionali, ma rispondono tutti alla stessa urgenza: dimostrare che i loro Paesi restano un posto sicuro dove portare i propri soldi. È lo stesso terreno su cui si gioca la partita più grande per l’Arabia Saudita, Vision 2030, il piano lanciato nel 2016 con cui il principe ereditario Mohammed bin Salman prometteva di allontanare gradualmente l'economia saudita dalla dipendenza dal petrolio. Il regno ha già completato più della metà del programma, ma i conti degli ultimi mesi raccontano quanto portare a termine quella partita sia diventato sempre più difficile.
Partiamo proprio dal rapporto annuale su Vision 2030. I numeri raccontano prima di tutto un problema di quantità mancanti. Il patrimonio del Public Investment Fund, il fondo sovrano saudita, a fine 2025 si fermava a 910 miliardi di dollari, contro un obiettivo di 1090. Il prodotto interno lordo non petrolifero si attestava a 892 miliardi, sotto i 904 previsti. Anche gli investimenti diretti esteri restavano al 2,8% del Pil, contro un target del 3,4%. Scarti che presi singolarmente non raccontano un crollo netto, ma che messi in fila tracciano una traiettoria precisa: il regno sta correndo più lentamente di quanto avesse promesso e lo fa da prima che esplodesse la guerra tra Stati Uniti e Iran.






