ROMA. Battere forte sulla Rai. Aggiungere la battaglia sulla tv pubblica alla lista di quelle unitarie, su cui i partiti di opposizione sono sostanzialmente d’accordo. Dalla sanità ai salari, dal lavoro alla scuola, passando per il no alla nuova legge elettorale. Dopo le dimissioni in blocco dalla commissione di Vigilanza, la direttiva arrivata dai leader è quella di non mollare la presa. La Rai va tenuta «alta» nel dibattito politico, probabilmente avrà uno spazio significativo anche nel “comizio programmatico” in agenda mercoledì sera a Napoli: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli sullo stesso palco a parlare dell’alternativa di governo e degli obiettivi condivisi. Tra i quali ci sarà la riforma della tv pubblica, per renderla davvero indipendente dalla politica. In Parlamento Pd, M5s, Avs e Italia viva sono in attesa delle mosse degli avversari. Da una parte, aspettano la richiesta formale dei presidenti di Camera e Senato di indicare i nuovi rappresentanti in Vigilanza. «Finora sono rimasti silenti, ci dicano cosa intendono fare», incalza il capogruppo uscente del Pd Stefano Graziano. In questi giorni si è confrontato più volte con i suoi omologhi dei partiti alleati e la linea comune è quella di non partecipare alla formazione di una nuova commissione, da qui alla fine della legislatura. Non verranno comunicati nomi di nuovi componenti e, se pure venissero inseriti in modo coatto, com’è nelle facoltà di Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa (è già avvenuto con la commissione Covid), nessuno risponderà alla chiamata e ci saranno ulteriori dimissioni di massa. «E vediamo se avranno il coraggio di forzare ancora», dicono dal Movimento 5 stelle. Cioè se il centrodestra, lamentandosi dell’Aventino dell’opposizione, decida di fare da sola, riavviando una Vigilanza a proprio uso e consumo ed eleggendo un presidente di maggioranza. Occupando una poltrona per prassi sempre assegnata alle opposizioni: «Sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica», segnalano fonti M5s. Ma questa è la prospettiva, a meno che dalla maggioranza non arrivino segnali di disponibilità al dialogo. Due, in particolare. Un cambio di nome per la presidenza Rai, perché non sarebbe possibile votare Simona Agnes, dopo che sulla sua nomina si è cristallizzato lo scontro e lo stallo degli ultimi due anni. E, soprattutto, un’apertura concreta sulle modifiche al disegno di legge di riforma della Rai, fermo da circa otto mesi nell’ottava commissione del Senato. «Ci aspettiamo che si ragioni sul Media Freedom Act e che si accolgano i nostri emendamenti, che vanno in direzione delle indicazioni europee», avverte Graziano. Entrambe le richieste, però, raccolgono una certa freddezza nel centrodestra. In particolare, rispetto agli emendamenti, da Fratelli d’Italia chiudono, parlando di «un’opzione non praticabile». Dal partito di Giorgia Meloni assicurano che nei prossimi giorni i lavori in commissione proseguiranno approvando le modifiche già concordate con il Ministero dell’Economia. E questo è un altro punto che rende difficile un compromesso, perché tra le richieste formulate dal ministro Giancarlo Giorgetti c’è quella di mantenere nel consiglio di amministrazione della tv pubblica due caselle di nomina governativa (cioè indicati dal Mef). Una presenza minoritaria, che non andrebbe in contrasto con il Media Freedom Act, assicurano dagli uffici del Tesoro. Lettura che, però, non convince affatto gli addetti ai lavori del centrosinistra. «Il tempo delle mediazioni con chi ha occupato il servizio pubblico è scaduto – avverte Angelo Bonelli di Avs –. Non siamo più disponibili. Il Media Freedom Act fermo al Senato non è altro che una riedizione dell’occupazione e lottizzazione della Rai». Del resto, la battaglia sull’indipendenza della tv pubblica può inserirsi bene nel copione elettorale di quella che Giuseppe Conte vorrebbe chiamare «Alleanza per la costituzione e la democrazia». Lo sanno bene anche a destra, tanto che FdI, Lega e Forza Italia preferirebbero evitare passaggi traumatici, come sarebbe l’elezione di un loro esponente come presidente della Vigilanza. «Loro ne approfitterebbero per alimentare la narrazione di “Telemeloni”», spiegano fonti di maggioranza. Non a caso, forse, viene ricordato che come la commissione di Vigilanza, da regolamento, continui a essere operativa anche con i componenti dimissionari, fino all’insediamento dei nuovi. O non operativa, come è stata negli ultimi due anni. E come potrebbe restare da qui alle prossime elezioni.