La Dalmazia veneziana era multilingue; meglio: lo erano Spalato e i suoi dintorni nel Cinquecento, ma c'è motivo di ritenere che la situazione fosse simile anche altrove. Ce lo dicono i documenti, conservati soprattutto nell'Archivio di Zara, e consultati da Lena Sadovski, ricercatrice dell'Accademia Austriaca delle Scienze di Vienna. Sadovski ha scritto un libro dal titolo "Venice and the Dalmatian Hinterland. Spalato, Poglizza, Almissa and Clissa", edito da Brill e per il momento non tradotto in italiano. Questo serve a spazzare via tutti i pregiudizi che hanno animato, e animano ancora le storiografie italiana da un lato, e jugoslava prima e croata poi, dall'altro, che tendono a piegare la realtà per fini politici. Gli uni volevano dimostrare che la Dalmazia era italiana, gli altri croata, gli jugoslavi tendevano anche a dimostrate che il popolo era slavofono, mentre i ricchi borghesi sfruttatori erano italofoni (si trattava pur sempre di un regime comunista, seppur nazionalista). Invece le cosa non stavano così, le divisioni, che esistevano, erano trasversali e non ubbidivano a criteri nazionali o sociali, come qualcuno vorrebbe.
L'ANALISI «Il plurilinguismo - sottolinea Sadovski - era la norma, non un'eccezione, era comune parlare due/tre o più lingue. A Spalato si verificava una simbiosi slavo-romanza; non c'è dubbio che italiani e croati siano due popoli diversi, ma non è possibile tracciare una divisione netta nella popolazione, è difficile dire dove finissero il latino o il volgare italiano e cominciasse lo slavo». Anche come denominare queste lingue non è una questione banale. Una è la variante veneziana del volgare italiano, nome decisamente troppo lungo, che si ritrova indicata nelle fonti come lingua franca; l'altra è la lingua slava meridionale occidentale, indicata in maniera diversa nelle fonti: slava (o sclava), illirica, rassiana, crovata, dalmata. Nel XVI secolo non c'era la medesima attenzione alla codificazione che abbiamo noi oggi. Anche nel XVIII secolo, comunque, l'idioma con cui si esprimevano le truppe schiavone era indicato come «lingua slava nazionale», l'antenato del serbocroato che dopo la fine della Jugoslavia, si è suddiviso in serbo, croato, bosniaco e montenegrino. Quindi bisogna anche intendersi: diremo italiano e slavo per facilitare il lettore, seppure sono terminologie contemporanee che molto male si adattano al linguaggio di 500 anni fa. «Tutti conoscevano la lingua slava - afferma Lena Sadovski - anche i nobili, lo slavo si parlava in casa e per strada, l'italiano era la lingua dell'amministrazione e del commercio. Quindi lo sapevano soprattutto gli uomini che lo usavano nelle occasioni istituzionali, nei tribunali, nei rapporti con il rettore veneziano, che non conosceva lo slavo. I popolani e anche le donne nobili non lo parlavano». Sadovski nel suo lavoro sul multilinguismo in Dalmazia cita il veneziano Giovanni Battista Giustinian che nel 1553 descrive Spalato e i suoi abitanti: «È ben vero, che i cittadini tutti parlano lingua franca, et alcuni vestono all'italiana, ma le donne non favellano se non la loro lingua materna, benché alcune delle nobili vestono secondo l'usanza italiana».IL VENEZIANO Di nuovo bisogna intendersi: la lingua franca in questo caso è il veneziano, non la lingua franca ricca anche di vocaboli arabi e portoghesi che parlavano i marinai del Mediterraneo. Il fatto che le donne fossero spesso monolingui è confermato anche da una causa civile del 1491: i figli di una coppia mista lui italiano, lei spalatina contestano il testamento della madre sulla base che il notaio parlava solo italiano, mentre la madre sapeva soltanto lo slavo e quindi il notaio può aver riferito erroneamente le parole della donna. «È importante notare - scrive Sadovski - che Venezia non ha mai imposto la propria lingua a nessuna delle colonie. La diffusione e l'utilizzo generalizzato della propria variante linguistica non era ritenuta una questione importante, tanto che anche nella stessa Venezia, a partire dal XVI secolo, il volgare toscano ha guadagnato sempre più terreno. A Venezia non esisteva una politica linguistica ufficiale». Emerge un concetto utilitaristico della lingua: si parlava quel che serviva, le scelte linguistiche in quell'epoca non erano dovute a fattori sociali, né tantomeno politici. «La conoscenza dell'italiano continua Sadovski non è legata alla posizione sociale, non era: il nobile italiano contro il popolo croato, come la storiografia jugoslava voleva dimostrare, piuttosto le donne che non erano attive nel commercio non avevano necessità di conoscere l'italiano. Non è possibile tracciare una divisione della società, le lingue dipendevano dall'ambito in cui si usavano, ma non c'erano conflitti, c'era simbiosi, se un povero andava in tribunale, c'era bisogno dei traduttori. La richiesta di avere un traduttore ufficiale era la prima formulata nei patti che segnavano la seconda sottomissione, a Zara nel 1410, a Spalato nel 1472, a Sebenico e Traù negli anni trenta e cinquanta del Cinquecento. Il traduttore svolgeva un ruolo molto importante nell'amministrazione della giustizia. D'altra parte Venezia cercava la legittimizzazione del proprio dominio attraverso la giustizia di secondo grado: tutti avevano diritto, almeno in teoria, di rivolgersi alle corti di Venezia».LO SLAVO Le cose cambiano se da Spalato ci si sposta nei vicini centri di Poglizza, Almissa, Clissa, che pur essendo sottoposti alla sovranità veneziana utilizzavano lo slavo come lingua scritta dell'amministrazione. I documenti spalatini giunti fino a noi sono quasi tutte traduzioni, mentre nell'archivio di Almissa ci sono gli originali scritti in slavo con caratteri sia cirillici sia latini e la traduzione in italiano. «Anche i documenti degli ottomani erano scritti in slavo dice Lena Sadovski l'amministrazione ottomana nei dintorni della Dalmazia era in gran parte composta da bosniaci di fede islamica, e quindi di madrelingua slava. Le cose cambiano, però, e relazioni con i vicini di oltreconfine avvenivano in slavo nel Cinquecento, ma dal Seicento gli ottomani cominciano a usare il turco ottomano e quindi Zara diventa sede di un dragomanno ufficiale». Nell'isola di Veglia, caso particolare, anche l'amministrazione veneziana usava invece il glagolitico, l'antica scrittura dello slavo. Infine un accenno alla lingua romanza scomparsa nel XIX secolo: il dalmatico. Veniva parlato a Ragusa (Dubrovnik), infatti era detto anche lingua ragusea. Nel 1472 si invitano i membri del Senato di Ragusa a usarlo, ma si estingue in quest'area nel secolo successivo, mentre sopravvive a Veglia fino al 1898, quando muore l'ultimo parlante, Tuone Udaina (o Antonio Udina) detto "Burbur".






