Giustizia
Stefano Giordano
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In questo giornale si è segnalato: il processo penale telematico continua a far sparire memorie difensive e istanze degli avvocati. A Milano il presidente Roia ha prorogato al 30 settembre un provvedimento già vigente: non un ritorno al cartaceo, una sua proroga. Il cartaceo non se n’era mai andato. Resta da capire perché.
Il software i bachi ce li ha davvero: non è un alibi. Ma qualcuno, di quei bachi, “approfitta” con entusiasmo sospetto: il digitale, a differenza della carta, non perdona. Traccia i ritardi nelle motivazioni, li rende visibili al Ministero, li sottrae al pudore del cassetto. Sembra che, in certi tribunali, il digitale non lo vogliano affatto: la burocrazia prospera sulla propria opacità. E non è una contraddizione, è perfetta coerenza: gli stessi uffici che boicottano il digitale, nato apposta per non stampare nulla, pretendono ancora la copia di cortesia cartacea, retaggio di cancellerie bizantine che sopravvive a ogni riforma. Pur di non imparare a usare il tasto “invia”, preferiscono la motosega in Amazzonia. Quando la consegna dell’atto è condizionata a quella copia, il conto lo paga chi meno può permetterselo: l’imputato. Altro che efficienza: tassa occulta sul diritto di difendersi.








