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Le procure e i tribunali più grandi e importanti d’Italia – Roma, Milano, Napoli e Torino – hanno rimandato di tre mesi l’obbligo di depositare atti di inchiesta e processuali nel sistema informatico allestito dal ministero per digitalizzare la giustizia italiana. Non è la prima volta che succede. Già all’inizio dello scorso anno procuratori e presidenti di tribunali avevano prorogato le scadenze, via via rimandate nel corso dell’anno. La digitalizzazione di inchieste e processi è molto più lenta e complicata del previsto in parte per malfunzionamenti del sistema informatico, in parte per lo scarso adattamento e le resistenze culturali di molti magistrati, giudici e avvocati che non riescono a liberarsi dei faldoni di carta.

Le regole e gli obblighi del processo penale telematico sono stati introdotti con la cosiddetta riforma Cartabia, approvata nel 2021, ma della necessità di digitalizzare inchieste e processi si discuteva da almeno due decenni. La digitalizzazione prevede che tutti gli atti – dalla denuncia alla sentenza definitiva – vengano prodotti, trasmessi e archiviati in formato informatico. Nel 2026 può sembrare una cosa dovuta e scontata, ma non lo è per un sistema complesso come quello giudiziario, da sempre un po’ refrattario all’innovazione.