di
Carlo Rovelli
Il testo che pubblichiamo qui sotto è il terzo di una serie che il fisico Carlo Rovelli dedica alla Cina
Il treno scivola silenzioso a oltre 350 chilometri all’ora. È un treno della classe G, velocissimo. La Cina ne ha cinquemila di questi treni. Guardo la campagna correre attraverso la grande finestra. Sembra la Padania, con campi separati da filari di pioppi, piccoli corsi d’acqua imbrigliati da secoli di lavoro contadino, serre… Tutto più ordinato che in Italia. Si susseguono città, con boschetti di palazzine residenziali, alte e snelle, anonime, trenta o più piani ciascuna. Qui e là impianti industriali fumosi e grigi. E moltissimi villaggetti di campagna. Visti dal treno ricordano la Cina maoista: grigi, quadrati, basse casette di cemento decrepite, arrangiate in grandi rettangoli separati nettamente dai campi. Certo qui il grande benessere delle città non è arrivato. Il treno sarà anche fra i più veloci del mondo, e la Cina ne avrà anche 5 mila di questo treni, ma ha anche un miliardo e mezzo di abitanti. Se ogni cinese volesse prendere il treno super rapido almeno una volta, i 5 mila treni della classe G ci metterebbero vent’anni ad accontentarli tutti.
Non si vede miseria, quella delle favelas sudamericane, delle tragiche periferie urbane dell’Africa, delle shanty town indiane. Non si vede neanche la desolazione umana delle zone povere che costellano ovunque gli Stati Uniti. Ma l’ovvia povertà di questi innumerevoli villaggi di campagna, anche qui, nelle province ricche dell’est, basta a ricordarmi che il gigante dell’Asia, la cosiddetta «seconda potenza economica del mondo» è un Paese povero, con profonde differenze fra i super ricchi, le centinaia di milioni di benestanti, e i poveri, molto più numerosi.








