Un lettore — che di dogane vive — ha commentato il mio post del 23 giugno con un intervento preciso e operativamente utile. Ha fatto bene i conti: il valore doganale comprende prezzo, trasporto e assicurazione, il dazio si applica su questo aggregato, l’Iva si calcola sul valore doganale già aumentato del dazio. La somma, per il consumatore, resta inferiore al costo di una bolletta doganale ordinaria.
Paghi tutto prima — scrive — e poi vedi il cammello: è la sintesi più onesta del sistema doganale che si possa leggere. Ha ragione, la tariffa fissa conviene. La sua ricostruzione dice quanto si paga, ma non centra la domanda che mi ero posta: il prelievo italiano è legittimo?
Con decreto-legge 26 giugno 2026, n. 107 il Governo ha scelto la più antica delle soluzioni giuridiche: rinviare. Fa slittare — ancora una volta — dal 1° luglio 2026 al 1° ottobre 2026 il contributo italiano di due euro per ciascuna spedizione di modico valore proveniente da Paesi extra-Ue. Non è una correzione tecnica. È una doppia ammissione. E un rinvio, in fondo, è il modo più educato con cui si dà ragione a chi protesta.
La prima ammissione riguarda il mercato. Confetra aveva documentato, già prima che il prelievo entrasse in vigore, uno spostamento dei flussi di importazione verso Belgio, Paesi Bassi e Ungheria: il mercato, che non è abbonato alla Gazzetta Ufficiale ma sa contare, aveva già traslocato. Le cause sono più d’una — l’abolizione della soglia di esenzione, il nuovo dazio europeo, l’incertezza regolatoria — e sarebbe scorretto attribuire la diversione al solo contributo nazionale.












