Milano – “Prima di diventare un artista, ero un attivista, poi, col successo dei System of a Down, la mia voce si è fatta più forte e i miei messaggi si sono arrivati a moltissima gente”, racconta Serj Tanakian, in scena domani all’Ippodromo de La Maura sul palcoscenico di quegli iDays che celebrano stasera Dave Grohl e i Foo Fighters.

Anche se i System si professano “una band dalla forte coscienza sociale, non un gruppo politico”, Tanakian, il bassista Shavo Odadjian, il chitarrista Daron Malakian e il batterista John Dolmayan continuano a sentirsi investiti di una missione, quella che gli affida il fatto di essersi formati nella comunità della diaspora di Little Armenia a Los Angeles trentadue anni fa: far sì che sul genocidio armeno, soprattutto fra i ragazzi americani, non scenda mai il silenzio. Un giuramento fatto sul letto di morte al nonno Stepan Haytayan, reso orfano dello sterminio all’età di cinque anni, che Serj assicura essere valido per lui ieri come oggi.

Tankian dice di sentirsi nel mirino dei servizi segreti turchi (timore che, in certi casi, potrebbe anche non essere solo metaforico) ma non intende deflettere dai propositi espressi dai SOAD (come li chiamano gli iniziati) fin dai tempi del primo album in quella “P.L.U.C.K.”, l’acronimo, che sta per “Politically Lying, Unholy, Cowardly Killers” (ovvero “Politicanti bugiardi, maledetti, codardi assassini”), scritta per denunciare il massacro di un milione e mezzo di armeni durante il programma di pulizia etnica pianificato dal movimento ultranazionalista dei Giovani Turchi.