Sappiamo che dittature e autocrazie fanno ballare, al ritmo delle commesse milionarie, le archistar occidentali, sempre pronte a dispensare lezioni di sostenibilità ma spesso espressione di quello che Mike Davis definì nel 2007 The Dreamworld of neoliberalism.
Una fantasmagoria sempre più verde, ricca di alberi e facciate vegetali, energeticamente performante ma socialmente sempre più esclusiva. L’Albania sta diventando uno dei laboratori di questo nuovo eldorado architettonico, come racconta The Albanian Files: Freedom and Architecture, pubblicato nel 2026 con una prefazione del presidente Edi Rama.
Il volume raccoglie i contributi di sessanta studi internazionali – tra cui Stefano Boeri, Mvrdv, Oma, Archea Associati ed Embt – presentando centinaia di progetti realizzati o in corso. Più che un catalogo di architettura, costituisce il manifesto del modello di sviluppo promosso negli ultimi anni. Un modello contrastato dalla “Rivolta dei fenicotteri” sempre più attiva nel paese e che si fonda su quattro elementi: la retorica della sostenibilità come motore della rendita immobiliare; la privatizzazione della natura, soprattutto lungo la costa; il ruolo delle archistar come strumento di legittimazione simbolica del potere.







